Questa esperienza del blog mi piace. Ci sono una serie di ragioni personali che mi portano a dirlo. Di sicuro però c’è anche una ragione “relazionale”: in questi mesi sono entrato in contatto con diverse persone e con le loro idee che hanno dato un importante contributo a me e alle mie idee.

In generale la mia “sfera di contatti blogghistica” è composta da persone che esprimono idee all’interno delle quali posso ritrovarmi e, se non mi ci ritrovo, che sono in grado di comprendere ed accettare.

Succede davvero raramente di trovarmi davanti un post che mi fa venire voglia di chiudere il contatto. Fino ad ora è accaduto solo una volta con un blogger veramente troppo lontano dalla mia maniera di vedere e interpretare le cose che dopo avere brevemente “frequentato” è tornato per me nel mondo dei blogger che non leggo.

Oggi per la seconda volta ho provato questa tentazione davanti ad un post che partendo da una questione “logistica” ha voluto aggiungere qualche cosa sulla tanto dibattuta problematica dell’immigrazione. Quello che è stato detto mi è sembrato molto superficiale, nonostante tutto non ho voluto smettere di seguire il blog, non me la sono sentita di commentare il post temendo che la cosa provocasse una polemica che non cercavo all’interno di uno spazio altrui.

Ma se esiste un equilibrio, se da qualche parte c’è una bilancia cosmica che tiene conto dei pensieri e delle parole che noi uomini produciamo, allora io credo che un contrappeso a quel post io sul mio blog lo voglio mettere, come so fare.

Ho scritto questa specie di poesia mentre ero in Tanzania. Con un trattore cercavamo di raggiungere un villaggio a diversi chilometri di distanza dal nostro, per potere recuperare gli alberi che stavamo piantando in quel momento sull’altopiano.

Ero accompagnato da alcune persone del nostro villaggio. Dentro mi rosicchiava lentamente la terza o la quarta malaria della mia vita (quella che nella poesia chiamo “La casa di Fango”…nome del quale magari in futuro spiegherò il senso) e improvvisamente la relazione fra quello che stavo vivendo e la poesia di Primo Levi “se questo è un uomo” mi apparve lampante, dolorosa e irrinunciabile.

Il resto è nella poesia (anche se un’occhiata al mio post “Bisogna tornare in Africa” forse varrebbe la pena darla): 

Questo è un uomo

Ci hai chiesto un giorno maestro

se questo è un uomo

ed oggi che sei lontano

con forza, con rabbia

ancora io chiedo

a quelli imprigionati nel ventre delle loro auto

nel traffico delle città

se questo è un uomo.

 

Questo che non può nutrire se stesso,

i propri figli, le proprie speranze.

 

Questo che muore ogni giorno

delle malattie più banali e delle più terribili.

 

Questo che trema di freddo sotto la pioggia,

che non ha un vestito degno di questo nome,

ne scarpe, ne ragione mai.

 

Questo che non ha prospettive, ne desideri,

ne ritiene possibile domani.

 

Eppure stasera squassato da questo trattore,

con dentro la mia piccola casa di fango,

guardo a questi miei compagni

ricoperti di terra, fradici di pioggia,

(che pure cantano e ridono,)

e dico, maestro, che questi sono uomini.

 

Certamente più di me, certamente più

di quelli imprigionati nel ventre delle loro auto

nel traffico delle città.

 

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10 pensieri su “Questo è un uomo

  1. Sicuramente. Il vero uomo è colui che soffre e sorride, che cade e si rialza.
    Che non abbassa la testa mai, che lotta e combatte. Che riesce a toccare il fango senza sporcarsi e che sa piangere senza vergognarsene.

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  2. Mi son riservata per quest’ora tarda la lettura di questo post.
    E son contenta di potermelo gustare mentre tutto intorno tace e pure dentro di me…
    Dentro ho faticato a tacere..
    Piccolo inciso. Non te l’ho ancora rivelato, ma io vorrei vivere di notte e dormire di giorno…la notte sento che mi appartiene…
    Francesco, la tua esperienza fuori dal comune ha prodotto frutti che, generosamente, hai diviso con gli altri, con i familiari e con chi passava di qua.
    La chiusura della poesia mi trova concorde anche più di tutto il resto.
    Se solo fossimo capaci di tornare ad essere semplicemente uomini…
    A me la speranza la stanno dando un gruppo di ragazze qui che, dopo esperienze nel mondo, son rientrate in questi paesi e stanno offrendo servizi ( delle lezioni di disegno io me ne voglio avvalere) alla gente..
    Con loro la mia speranza assopita torna a volare

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    1. io credo che in queste persone di cui parli stia la speranza e il futuro…giovani che per un poco cercano in giro per il mondo esperienze arricchenti per poi tornare li dove sono le loro radici per tentare di migliorare un poco quel posto sono le persone alle quali va la mia stima

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