Qualche giorno fa ho scritto un post dal titolo “lo spazio neutro di negoziazione“. Lo ho fatto per fornire ai lettori di questo blog una chiave di lettura utile a meglio comprendere alcuni post scritti nei giorni precedenti e relativi alle attività che la mia associazione porta avanti in Africa e in Asia (oltre che naturalmente in Europa).

Lo ho scritto anche perché da tanto tempo questo principio è stato accettato all’interno della mia associazione come uno dei valori fondamentali pur non essendo ancora stato codificato con chiarezza, non ancora “messo sulla carta”. Quindi il secondo obiettivo del post era quello di sollecitare una discussione in seno a “Tulime” da portare avanti all’interno di questo blog.

Alcuni dei miei soci/amici hanno risposto con dei commenti e spero che questo costituisca l’inizio di una discussione che nella sua dinamicità e magmaticità tipiche di un’associazione come la nostra ci porterà a definire, in maniera condivisa, un principio fondante del nostro agire.

Anche Stefania ha voluto dare il suo contributo. Ma Stefania è lontana. E’ in Tanzania. Questo produce due effetti:

  1. ha strumenti informatici talmente risicati da non permetterle di collegarsi direttamente a questo blog e di postare il suo commento;
  2. si trova proprio nel bel mezzo di questo “spazio neutro di negoziazione” e fronteggia il disagio e la bellezza dell’esserci con i suoi strumenti, la sua esperienza, le sue capacità e, infine, con un “portato tulimico” che ritengo finisca per fare la differenza.

Per entrambe queste ragioni il suo commento è l’oggetto di quest post:

Ciao! Sono riuscita finalmente a leggere il tuo post sullo spazio neutro di negoziazione e la prima cosa che mi è venuta in mente è che in questo spazio c’è di sicuro il lavoro condiviso fra me e Abisai (n.d.r.: Abisai è uno dei nostri responsabili tanzaniani di progetto) che va avanti da tanti mesi ormai fra alti e bassi, ma comunque va avanti. Noi fin da subito abbiamo accantonato l’idea di comunicare in inglese e abbiamo stabilito un linguaggio misto di verbi in italiano all’infinito, parole chiave in swahili e termini inventati tipo “kilakwonzo” che è un neologismo per indicare soggetti poco affidabili, un po stronzi e non troppo svegli. Poi c’è “capo piccolo” che sta ad indicare i capi villaggio ma non il sindaco perché quello è capo grande, ce ne sono tanti altri e inevitabilmente chi passa per Casa Tulime inizia ad adottarli. Con questo linguaggio personalissimo noi ci capiamo e lavoriamo, discutiamo delle attività ma anche di cose personalissime ed intime. Parlando questa lingua è facile ridere ma quasi impossibile arrabbiarsi e litigare. Credo che anche questo sia avvicinarci alla cooperazione di comunità, trovare il punto di incontro da cui si parte per andare avanti insieme“.

10 pensieri su “Abitare lo spazio neutro di negoziazione

          1. Ti invito ( senza costrizioni ), a leggere il mio ultimo post in favore del referendum del 17 aprile, ho parlato della caverna di Platone, non so, ma è una grande metafora sulla vita, forse ti piacerà. Un caro saluto

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          2. Ti quoto Francesco.
            Trovo sorprendente ed ammirevole l’invenzione di questa lingua da parte di Stefania e dei suoi amici e/o collaboratori.
            Anche questa creatività è foriera di crescita. Formidabile.
            Un insieme di lemmi può non veicolare un bel nulla, a parte la zona superficiale di se stessi ( l’intimità è quello che più sfuggiamo in questo reale a volte ambiguo e intriso di diffidenze reciproche).
            Una lingua inventata per necessità vuol dire tutto.
            Buon lavoro a Stefania e a voi tutti

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