Ogni volta che leggo i Vangeli penso che Gesù fosse dotato di un potentissimo, attrezzatissimo ed efficientissimo ufficio di comunicazione. La forza del suo messaggio infatti è sempre penetrante, oltre che attualissima, e soprattutto dimostra di conoscere alla perfezione chi è e quali sono i limiti del destinatario finale di questo messaggio: l’uomo.

Proprio poco fa mi sono trovato a discutere brevemente con una blogger, che seguo con molta attenzione ed interesse (Giuliana), della frase “ama il prossimo tuo come te stesso” e le ho promesso in proposito una mia riflessione visto che questa frase mi risuona dentro da parecchi giorni.

In realtà il “nuovo comandamento” non mi ha mai particolarmente impressionato per quello che è il suo significato primario (di profilo abbastanza basso direi) ma proprio perché in se contiene una mappa chiara non tanto di quelle che sono le potenzialità dell’uomo ma piuttosto di quelli che sono i suoi limiti. E’ come se Gesù prima di dirlo abbia commissionato al suo ufficio della comunicazione un approfondito studio di mercato che gli restituisse dati non sui “santi” ne sui “demoni” (entrambe fasce estreme che definiscono nicchie di mercato numericamente poco interessanti) ma sull’uomo medio; e su quello Gesù ha costruito il suo nuovo comandamento.

In esso ci sono infatti almeno due elementi che ne fanno un comandamento “alla portata di tutti”, fatto anche per quelli che non si vogliono sforzare ed impegnare più di tanto (e anche in questo sta la meraviglia del Cristianesimo e la sua maledizione): ama il “prossimo” tuo e amalo “come te stesso”.

Il secondo è immediato: “non ti chiedo di amare l’altro in maniera “eccezionale”, mi va già bene se lo ami come fai con te stesso. Il “come” ce lo hai scritto nel corredo genetico (che sapessi quanto ci ho messo per elaborarlo!)  e quindi non ti dovrebbe venire tanto difficile”.

So che qui si potrebbe aprire tutta una discussione sull’importanza di imparare ad amare se stessi prima di poterlo fare con gli altri (anche questo è stato argomento di discussione fra alcuni blogger nei giorni scorsi): io però credo che in questo più o meno tutti ce la caviamo benino e “per natura” ognuno di noi sa cosa il Signore intendesse dire con questa parte del comandamento.

Ma il secondo elemento del comandamento mi sembra ancora più interessante e capace di testimoniare questa profonda conoscenza dei limiti dell’uomo (e se non lui chi?), limiti che in questo caso definirei “topografici”.

Ama il “prossimo” tuo. La “prossimità”.

Concetto talmente interessante da incoraggiarmi a coniare un nuovo termine tecnico: io credo infatti che gli esseri umani alla stregua di tanti altri corpi, e a  fronte di una forza universale fra quelle non previste dal seppur lungimirante Einstein, sono dotati di un loro campo che io chiamo “campo della compassione” (in inglese suona più figo: “compassion field”).

Parlavo prima di limiti topografici perché questo campo è capace di esercitare la sua forza a distanze veramente limitate (anche se variabili di persona in persona).

Esempi.

  1. Il mio bambino Grande fa scherma. Noi non siamo genitori molto appassionati nei confronti dello sport ma dobbiamo dire che questo, per come lui lo ha preso e per come viene gestita la cosa nella sua scuola, ci sta convincendo parecchio. Domenica scorsa campionato regionale. Mi aggiro sugli spalti in attesa che comincino le gare del Grande. Mi muovo fra genitori in ansia. Una coppia davanti a me sostiene in maniera evidente uno dei bambini in quel momento impegnato in pedana. Inevitabilmente comincio anch’io a tifare per lui. Mi chiedo: perché non tifo per l’altro? Troppo tardi, sono i genitori del primo che sono entrati per primi nel mio “campo della compassione”.
  2. Stasera torno a casa e difficilmente opporrò resistenza se troverò per cena una succulenta e croccante cotoletta…staccata da un vitello (spero) macellato di recente. Perché non oppongo resistenza? Il mio “campo della compassione” non arriva fino a li. E se mi dicessero che quella cotoletta è stata tolta dal Vitellino Pippo che mi hanno regalato quanto ero piccolo? Quello si che è dentro il mio “campo della compassione”…gli ho pure dato un nome! (per questo forse vale la pena leggere il mio post “The importance of being Lamberto”).
  3. Oggi i necrologi non ci sono quasi più sui giornali (se si esclude il Giornale di Sicilia che è sempre all’avanguardia) ma un tempo la lettura di questa parte del quotidiano era una delle attività irrinunciabile da parte di molti palermitani fra i quali i miei nonni. Nessuno scorreva la lista ridendo ma nemmeno piangendo. Se però qualcuno fra i tanti nomi ne scorgeva uno di una persona conosciuta il giorno prima, in un bar, con la quale aveva scambiato quattro chiacchiere, con la quale aveva bevuto un caffè, allora gli dispiaceva di sapere che era morta. Perché? Quella persona era entrata brevemente nel nostro “campo della compassione”, era diventata appunto una persona staccandosi dal novero di quelle che fino a quando non accedono nel nostro campo sono e rimangono solo numeri.

Allora sto Gesù la sapeva veramente lunga (o il suo ufficio della comunicazione per lui): “questo strano essere che papà ha creato dal fango (ma pure lui!!!!) è caruccio assai ma di limiti ne ha parecchi…me ne voglio proprio uscire con un nuovo comandamento? Allora è meglio che metta a sistema questi limiti. E allora AMA “figlio mio” ma se proprio non ce la fai ad “uscire fuori da te” a me va già bene se per quanto riguarda la “quantità” ami almeno quanto già fai con te stesso e quanto alla distanza mi accontento se lo fai con quelli che rientrano nel tuo campo della compassione”.

E siccome la vita, l’uomo, il pensiero, la comunicazione, quasi tutto, funzionano “a rete” forse vale la pena affiancare questa riflessione con una altro post dal titolo “Bisogna tornare in Africa” scritto qualche giorno fa.

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36 pensieri su “Prossimità

  1. Guai a chi tocca l’albero sotto il quale ho trascorso giornate intere a “studiare” con Paolo…sa più cose lui di qualsiasi altro albero in tutto l’Orto Botanico!!! Quanti cortocircuiti…hai ragione “la vita, l’uomo, il pensiero, la comunicazione, quasi tutto, funzionano “a rete”

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  2. hai voluto fare una analisi grammaticale e logica della frase presa in se’ alla lettera, ma dietro c’è molto di più credo, o forse è interpretabile in più modi o forse soltanto semplicemente vuole dire: amati così come sei, cioè accettati con le tue imperfezioni. Perdonati, come io ti perdono, ma questo lo devi fare, per par condicio, anche per tutto il resto dell’umanità (sig!).
    E’ molto riduttivo ed è solo il mio pensiero.
    La domanda importante (per me) è un’altra: se non riesco ad accettarmi e quindi ad amarmi, posso mandare a quel paese il mio prossimo?

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    1. Giuliana, mi rivolgo a te solo perchè da te è partito questo post.
      Mi permetto qualche rigo autoreferenziale propedeutico al discorso che si va facendo.
      E me ne scuso.
      Per mia educazione cristiana ho fatto della mia vita una mezza schifezza. E mi spiego.
      Chi mi ha educato ha pensato bene di sottolineare solo la prima parte della frase evangelica e sottovalutare la seconda: ” come te stesso”.
      E io non mi son affatto amata.
      Noi eravamo quelli che dovevano dare il buon esempio. Nessuna debolezza era concessa.
      Una sorta di teocrazia mi ha oppresso anche per via di uno zio prete.
      Sembra che nella mia famiglia avessimo una sorta di missione ad aiutare gli altri senza badare ai nostri di interessi.
      Sono in fase di revisionismo, francamente.
      Al momento devo riconquistare terreno su un sano e sacrosanto egoismo.
      Intendiamoci non son narcotizzata nella coscienza.
      E’ che per il resto (ama il prossimo tuo) ho avuto 61 anni cui badare.

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      1. Un sano e sacrosanto egoismo ha spesso salvato vite umane cara, io ho pubblicato un post che parlava di altro e che poi si è allargato nei vari discorsi.
        La frase “ama il prossimo tuo come te stesso” si presta a molte disquisizioni, io la intendo, come ho già detto precedentemente a Francesco Picciotto, così: amati, accettati e perdonati per le tue imperfezioni e fallo anche con gli altri. Ripeto, è solo il mio pensiero.
        Io sono molto elastica e ragiono con la mia testa. Un’altra cosa penso, la Bibbia, i Vangeli e tutti i testi religiosi sono stati scritti da uomini che hanno interpretato secondo il loro personale intendimento le lezioni divine, a questo aggiungi il periodo ed il contensto storico in cui sono stati scritti ed il gioco è fatto.
        Amiamoci, perdoniamoci, aiutiamoci, viviamo con più leggerezza senza nuocere ad alcuno, credo basti questo per essere un buon cristiano o musulmano o induista e appartenente a qualunque delle altre fedi religiose.

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        1. Grazie Giuliana per aver data attenzione a quello che, a tutti gli effetti, era lo sfogo di una pentita sessantenne che sta facendo da un bel pò un restyling alla sua impostazione e al suo credo.
          Credimi, uscire dai copioni che ti hanno inculcato è una strada in salita che si intraprende senza far pagare a terzi, il che non è sempre agevole.
          Tengo a rivelarti che sono una donna severa con se stessa e gli altri; a sufficienza elastica: infatti mi tengo a debita e doverosa distanza dalla Chiesa istituzione piramidale.
          E che dormo tranquilla con una coscienza pulita, perdonando le mie fragilità nella stessa misura che uso per le altrui.
          P.s. in casa mia sono circolate Bibbie di rara crudeltà che avrebbero fatto gola al Concilio tridentino.

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          1. Infatti, io non ho tenuto mai conto degli scritti ma solo del mio cuore. Lo seguo e sono certa di non sbagliare. Se sbaglio so che l’ho fatto in buona fede e mi perdono. Non ho mai provato sensi di colpa, la vita ci pone davanti enormi difficoltà e noi le superiamo con i mezzi che ci ha dato in dotazione, di più non possiamo.
            La vita è breve, viviamola con leggerezza, so di ripetermi continuamente, ma credo che sia la cosa più giusta.

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            1. Sì, lo è e mi risulta prezioso che tu me l’abbia ricordata..
              Ci son eventi che ci piombano addosso e possiamo perdere un equilibrio faticosamente conquistato.
              Grazie al cielo credo in un Dio che mi ha dato la libertà e ad essa tengo.
              Sono io che vi rinuncio quando decido di farmi “amministrare” dal cuore che, ahimè, è fonte di dolore.
              Io sto puntando sulla atarassìa.
              E’ dura ma credo che, per me, sia l’unica strada.
              Grazie della pazienza Giuliana

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  3. “Ama il prossimo tuo come te stesso”implica che uno dovrebbe, soprattutto, amare se stesso, ovvero essersi capito, accettato, amato e se non riesce ad amarsi non può nemmeno amare gli altri.
    Solo se il vaso è pieno, può traboccare!

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      1. Io toglierei quel “magari”.
        Lo so che la mia posizione sembra un “cicero pro domo sua”, ma secondo me per amore di verità le responsabilità di certe educazioni bigotte non si devono nè possono negare, Francesco.

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          1. E’ così. Se ci pensi bene, chi non si ama è una persona infelice. Chi è infelice non sa amare, perché cerca la felicità altrove, ma la felicità, che è armonia fra il pensiero, la parola e l’azione, va costruita in noi stessi e nasce dal nostro saperci comprendere ed accettare, da una coerenza nelle proprie scelte. Perciò, solo chi ha imparato ad amarsi può veramente amare anche gli altri. Molti confondono l’amore con qualcosa d’altro, con il desiderio o il possesso, l’amore è semplicemente donazione di sé, accettazione di se stessi e dell’altro e armonia di vita.

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              1. Non voglio convincerti. Tra l’altro, le mie considerazioni non sono dettate da convincimenti religiosi (io non sono credente, anche se Vecchio e Nuovo Testamento li leggo ancora) ma dalla mia esperienza di vita: è qualcosa che ho imparato crescendo e cercando di capire chi sono.

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