Era settembre. 1983. Studiavo in Montana. Il mio secondo anno di agraria.

Sandro (il mio unico compagno italiano) mi convinse a fare un campo+trekking al Glacier Park.

Acquistammo una serie di abiti di seconda mano adatti al cimento in un negozio dell’esercito della salvezza. Grazie ad un “pacco familiare della Croce Rossa” da poco arrivato potei permettermi anche una meravigliosa giacca della Patagonia rossa fuoco che non dimenticherò mai più (e che tanti anni dopo, ancora in ottimo stato, avrei regalato ad una ragazzo che chiedeva l’elemosina in Piazza Ottavio Ziino).

Partimmo dopo avere letto il regolamento del campo (troppo distrattamente e con il nostro inglese che al tempo non era eccelso) e firmato una specie di “testamento” nel caso un grizzly avesse voluto approfittare di un pasto esotico (ottima carne italiana!).

Un paragrafo era particolarmente in evidenza: I CIBI DA NON PORTARE ASSOLUTAMENTE CON SE PERCHE’ ATTIRANO GLI ORSI.

Io, come mio solito, dormii per quasi tutto il viaggio, lasciando a Sandro anche l’onere della spesa. Il frescone riemerse da un tipico “mall” da statale americana con un assortimento esemplare di tutto ciò che ci avevano detto di non portare fra cui un simpaticissimo orsetto di plastica trasparente pieno di miele.

Lo riempii di improperi ma non ebbi il coraggio di buttare niente di ciò che aveva comprato.

Arrivammo che era già buio. Prima notte all’accampamento. Tenda su piattaforma di legno. Attorno neve a perdita d’occhio. Ci chiudiamo nei sacchi a pelo.

Ci svegliamo in piena notte e comincia uno scontro verbale (impossibile fare altro visto che erano insalsicciati nei nostri sacchi a pelo) a forza di accuse su chi dei due stesse producendo quei rumori che avevano tutta l’aria (è proprio il caso di dirlo) di suoni che si accompagnavano anche ad altro tipo di emissioni.

Dopo pochi secondi però è evidente che i suoni non hanno origine nella nostra tenda. Armandoci di un coraggio che non avevamo estraemmo la torcia, noi stessi dai sacco a pelo, e aprimmo la tenda.

A poca distanza, in corrispondenza dei contenitori della spazzatura, illuminammo in pieno il culone di un Grizzly impegnato a rovistare nei bidoni.

In assoluto silenzio, certi che da li a poco avremmo condiviso la sorte dell’orsacchiotto porta miele, ci ritirammo nei bozzoli già in posizione “defunto”.

Il grizzly impegnato in attività più importanti risparmiò i due italoimbecilloni e noi l’indomani di mattina ci svegliammo ancora vivi e immersi nella meraviglia del Glacier Park.

Le immagini di questo post sono tratte da quelle che il Dipartimento dell’Interno degli Stati Uniti mette ogni giorno sul suo profilo Instagram (uguale uguale al nostro Ministero dei Beni Cuturali…per tacere dell’Assessorato al Turismo della Regione Siciliana!) e corrispondono bene a molte di quelle “vissute” durante quei giorni trascorsi al Glacier Park.

19 pensieri su “Ghiaccio

          1. Sono una fanciulla e per me è stato diverso… il fascino della mondanità è troppo forte (ancora) e invece la natura è silenzio… insomma corsi e ricorsi… 😀

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  1. Bellissimo post!!! E’ un racconto meraviglioso!!! Mi hai emozionato tantissimo, anche perché io amo immensamente gli animali e la natura…sono la cosa più bella che esista!!! Un bacio immenso ❤ ❤

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  2. Volevo metterti il “mi piace” per questa tua avventura che hai deciso di condividere ma WordPress oggi non me lo lascia fare. Ogni tanto mi capita! Mah!
    E allora ecco qui: Mi piace!

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