Il pezzo che segue è tratto da Repubblica di oggi. Non riporto la foto (non si capisce perché i nostri bambini abbiano diritto alla “bendetta elettronica” sugli occhi per la privacy e quelli africani no).

Quel bimbo congolese in giacca e papillon sbarcato da una delle navi di Frontex non lo dimenticherà mai. “Avrà 3 o 4 anni e si era fatto tutta la traversata dalla Libia vestito in quel modo. La madre che lo teneva per mano gli aveva detto che sarebbe stato il viaggio piu’importante della sua vita, sarebbero arrivati in un paese che li avrebbe accolti con una grande festa e dunque bisognava vestirsi eleganti. Dal Congo volevano arrivare fino in America, ma non sapevano neanche dove stessero sbarcando quando sono arrivati qui”. Di bimbi cosi il vicequestore Marica Scacco, non ne ha più visti. Da dirigente dell’ufficio immigrazione, si occupa dell’accoglienza delle migliaia di migranti che hanno ripreso a sbarcare sulle coste siciliane, quasi 5000 negli ultimi 5 giorni.

Quello che voglio dire al vicequestore, a tutte le persone che lavorano in Italia in questo settore, a tutti quelli che “non si sono ancora fatti un’idea”, a quelli che storcono il muso quando si parla di “migranti”, è che l’Africa non è quella che arriva negli hotspot, che i bambini africani non sono fra “le migliaia di migranti”. Quello è l’ultimo prodotto del nostro egoismo, di uno stile di vita al quale non vogliamo rinunciare.

Le persone, quelle ancora integre, sono in Africa. E’ li che bisogna andare. Li stanno le radici del nostro “essere umani”. La stanno gli uomini che raramente abbiamo trattato come tali, che raramente abbiamo considerato tali.

Non è nei nostri uffici, non nelle nostre case, non attraverso lo schermo di una tv che possiamo riconoscerli, che possiamo capirli, meno che mai accoglierli.

Prima di tutto dobbiamo delocalizzare noi stessi. prima di tutto dobbiamo spostare noi “nello spazio neutro di negozziazione” per spogliarci un poco della nostro presunto privilegio occidentale ed aprirci a ciò che non ci assomiglia (o che ci assomiglia più di quanto non siamo disposti a credere). Il bimbo vestito a festa è solo una scheggia che ha resistito all’incubo, è solo un pezzetto di quell’Africa vera che giunge a noi preservato da cure che possono essere solo materne, attraverso una vergogna che è frutto unico della nostra indifferenza e di una follia che siamo destinati a pagare cara.

E allora ecco la proposta (per quanto possa essere ascoltata e della quale mi assumo personalmente la responsabilità): a cominciare con gli uomini dello stato coinvolti nel lavoro difficile (e per il quale non sono sempre preparati) di “accogliere” questa gente, io mi impegno a nome della mia associazione di accogliere loro nei luoghi dell’Africa in cui lavoriamo. Chiediamo solo che si paghino il biglietto aereo, che non siamo in grado di pagare, al resto penseremo noi.

Vengano qui a vedere i bambini vestiti a festa, vengano qui a vedere la gente che non ha ancora subito “il trattamento” (sfido chiunque ad attraversare un deserto, a subire violenze, o, per traslazione temporale, a vivere per giorni in un “vagone piombato” e a restare ancora uomo), vengano qui ad abitare uno spazio non protetto nel quale siamo solo uomini, tutti assieme, sullo stesso pianeta.

Vengano qui, “noi” li aspettiamo.

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14 pensieri su “Bisogna tornare in Africa

  1. Abbiamo parlato oggi dell africa… bisogna tornare in africa… alla potenza creativa dell’azione. Me lo dice oggi jodorowsky “prendi la tua rabbia e fanne creatività” e dunque azione. Non rimane nulla altro che fare. Questo fa la differenza in questo mondo di pazzi. Pensieri sconnessi 😊 ma di meglio non viene… una felice serata ☺

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  2. Secondo recenti studi la vita umana viene dall’Africa.
    Francesco, dell’Africa io potrei parlare ma solo per interposta persona, a dir così, ossia per quanto mio zio missionario che aiutava i lebbrosi, ci narrava..
    E per quanto mio suocero ( o il nonno di mio marito in Etiopia) l’ha vissuta con la II guerra mondiale.
    Ma del resto, cosa ci arriva da questo continente se non quanto il potere vuole ?
    Inoltre io mi pongo la stessa domanda dell’articolista..
    http://www.limesonline.com/cartaceo/quante-afriche-in-africa?prv=true

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  3. povera gente… poveri bambini…
    io non sono addentro a queste cose… ma chi ne da notizie e ne parla non dovrebbe solo fare notizia e far finta di sensibilizzare… ma viverlo davvero il disagio e la dignità che hanno negli occhi… grazie.

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  4. Caro Francesco, bellissime parole e bellissima proposta. Penso però che coloro che detengono il potere, nel mondo occidentale e fuori dai suoi confini labili, non vogliano assolutamente costruire alcuno “spazio neutro di negozziazione”, anzi cercano in tutti i modi, attraverso pratiche dirette e indirette di discriminazione positiva e/o negativa, di fomentare quelle istanze pregiudiziali che sono insite nei luoghi dove amministrano il loro potere. Nonostante questo nichilismo di base, condivido in pieno il messaggio di fondo di questo post il quale, se ho ben capito, sprona la gente e ci sprona a seguire il sogno utopico (ma non meno reale) di poter cambiare le cose. E allora chiudo anche io scrivendo “noi li aspettiamo”.

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    1. Caro Giorgio sono assolutamente d’accordo con te…ma di quale spazio neutro di negoziazione stiamo parlando? Qui si tende ad affermare sempre di più (e la cooperazione allo sviluppo si mostra ancora una volta supina in questo senso) una supremazia che non ammette alcun piano di condivisione e di lavoro comunque ma unicamente un “sappiamo noi come si fa”. Anzi sempre di più si tende a divaricare la forbice fra l’immagine del “povero negretto” che possiamo aiutare versando 250 euro all’anno per l’adozione a distanza da parte di una della grandi ONG e lo sporco, fetente, cattivo e probabile appartenente all’ISIS sbarcato sulle nostre coste. Nel mezzo non ci sta nessuno spazio di negoziazione, meno che mai neutro. Per il resto tu sai come la penso…tocca a noi provare a crearlo.

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