E’ giunta la notizia che Francesco Guccini durante la sua visita ad Aushwitz (a 50 anni da “Canzone del bambino del vento”) è inciampato in una mattonella mal messa ed è caduto fratturandosi la spalla.

Non voglio essere presuntuoso ma credo di sapere cosa Guccini abbia pensato mentre all’ospedale gli comunicavano che la sua spalla era rotta.

Faccio un passo indietro e mi spiego meglio.

Era il 1987.Ero quasi alla fine dei miei 15 mesi di servizio civile. Da li a poco sarei partito per una spedizione scientifica che mi avrebbe visto impegnato per più di tre mesi in Malesia. Pensavo di fare il passaporto per tempo e quindi mi recai in questura per avere informazioni. Ogni volta che mi avvicinavo allora ad un “contesto militare” e facevo presente che ero un obiettore di coscienza venivo regolarmente bistrattato. Tutte i poliziotti con i quali entrai in relazione in quel caso mi trattarono male, non mi diedero le informazioni delle quali avevo bisogno, fecero di tutto per farmi sentire fuori posto. Andai via da li che ero veramente inferocito.

A quel tempo possedevo e guidavo una Morini 350 che aveva una caratteristica veramente singolare: la serratura del bloccasterzo era un’altra rispetto a quella dell’accensione. Questo vuol dire che, potenzialmente, era possibile accendere la moto e provare a partire con il bloccasterzo messo.

E’ quello che feci in quel momento di arrabbiatura folle. Inutile dire che il colpo trasmesso nel tentativo di partire all’avantreno della moto si scaricò tutto sul mio ginocchio destro. Un osso che non sapevo nemmeno di avere si ruppe (la spina tibiale). Ricordo ancora adesso con un fastidio insopprimibile anche a 25 anni di distanza le risate dei poliziotti di guardia all’ingresso della questura. Nessuno di loro fece nemmeno il gesto di venire a darmi una mano e io mi trascinai letteralmente fino alla cabina telefonica più vicina dove chiamai mio padre affinché mi venisse a prendere per portarmi in ospedale.

Una settimana di ricovero prima, un mese di ingessatura e poi un’altra settimana in ospedale per la riabilitazione.

Nei giorni immediatamente successivi all’incidente ci sarebbe stato a Palermo Francesco Guccini, già da allora (e allora già da parecchio tempo) il mio mito personale. A quel tempo mia sorella lavorava per il Giornale di Sicilia. Collaborava alla pagina degli spettacoli. Sarebbe stata lei ad intervistare Francesco Guccini durante la turnè palermitana.

La pregai con tutto il mio cuore perché mi portasse, nonostante l’ingessatura all’intera gamba, con lei. Mia sorella acconsentì.

Passai tre sere dietro le quinte del teatro che ospitava i suoi concerti con Francesco Guccini e la sua band.

Conservo il ricordo di grandi pile di panini con la mortadella, tanto vino (ma molto meno di quanto la “Retorica Gucciniana” non pretendesse) e un’atmosfera rilassata e amichevole che mi conquistò subito.

Inutile dire che la mia frattura fu uno dei primi argomenti affrontati. Mi chiesero come era successo e io mortificatissimo raccontai della stupidaggine della quale ero protagonista. Il racconto fu accolto con risate e battute. Solo il Maestro (così lo chiamavano i suoi con un miscuglio di ironia e rispetto) rimase serio per tutto il tempo in cui raccontai la mia disavventura.

Appena conclusi il mio racconto disse che aveva la massima comprensione della mia situazione perché una cosa altrettanto stupida e mortificante era accaduta anche a lui. Era il giorno del suo quarantesimo compleanno (se non vado errato) e con i suoi amici aveva deciso di festeggiarlo con un pic nic sull’appennino. Dopo abbondanti libagioni e nonostante l’età media avevano deciso di concludere la giornata giocando a Bandiera (una specie di Gioco del Fazzoletto).

Il Maestro racconto che ad un certo punto con “mossa abilissima” era riuscito ad impossessarsi della bandiera della squadra avversaria ed incideva con passo rapido ed agile verso la sua zona. Quando ad un  tratto era inciampato in qualche cosa ed era miseramente volato a terra. Rialzatosi si era subito reso conto che qualche cosa non andava, respirava male e ogni volta che lo faceva avvertiva un dolore fastidioso al torace. Chiese ai suoi amici di portarlo all’ospedale. Arrivato li i medici del pronto soccorso gli diagnosticarono un paio di costole rotte. Subito fuori dal pronto soccorso c’era un carabiniere che doveva accertarsi di quali erano le cause dei vari incidenti. Chiese anche a Guccini i documenti e accortosi che quel giorno era il suo quarantesimo compleanno gli fece gli auguri. A quel punto gli chiese come si era provocato la frattura. Guccini ricordava con particolare mortificazione e vergogna la faccia  che fece il carabiniere quando lui gli disse che si era rotto le costole giocando a bandiera il giorno del suo quarantesimo compleanno.

Ecco io credo che il Maestro abbia pensato a questo quando i medici polacchi gli hanno detto che nella caduta si era rotto la spalla.

Poi quella sera cenammo tutti assieme in un ristorante palermitano dove il mio amico Francesco (il terzo della serata) scattò la foto che trovate in apertura al post.

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5 pensieri su “Storie di fratture

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