Ci sono due amici cari verso i quali sono debitore di un dono prezioso: mi hanno insegnato ad osservare gli uccelli.

Non dimenticherò mai i giorni trascorsi con Maurizio per paludi e boschi toscani, fermi per ore dentro improbabili capanni infestati dalla “gatta porcina”. E il Marangone dal Ciuffo a Capraia che ci fece ridere fino quasi a star male e ci convinse che se poteva farlo lui anche noi avremmo dovuto fare un bagno nel mare in tempesta.

Non dimenticherò mai i pomeriggi passati con Tommaso al Gorgo di Montallegro a imparare da lui come distinguere una Moretta Tabaccata, e scoprire che un Tuffetto viene nuovamente a galla “come fosse una paperella di gomma” e che il Martin pescatore quando vola “sembra un salsicciotto colorato con l’elica“.

Ci sono tante persone che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia vita alle quali devo tantissimo, loro sono fra queste.

Il loro dono è duraturo, irrinunciabile una volta gustato, e produce inevitabilmente poesia.

Ogni volta che mi sono trovato in uno dei capanni di avvistamento di Vendicari, o fra le paludi dell’Orba, ho provato una grande meraviglia. L’osservare quegli esseri per ore mi ha restituito una dimensione del tempo che non è umana e al tempo stesso, perciò, mi ha fatto sentire “estraneo a tanta bellezza”. Sempre, sempre in quelle situazioni alcune domande si sono fatta strada nella mia testa: “ma se fossimo solo noi ad avere perduto la cittadinanza nel Paradiso Terrestre? Se il Paradiso fosse ancora qui e noi fisicamente dentro di esso e ciò che abbiamo perduto è solo la percezione del viverci dentro? Se tutti gli altri esseri che ci accompagnano nella folle corsa di questa navicella solare attraverso l’Universo vivessero ancora nel Paradiso Terrestre e solo noi ne siamo esclusi non per negazione di appartenenza ma per difetto di consapevolezza?”   

Per questo osservare gli uccelli mi da grande gioia e al tempo stesso mi produce dentro una grande nostalgia, come di qualche cosa che ho irrimediabilmente perduto, una dimensione alle quale non ha più diritto di accedere.

Nel tempo queste riflessioni hanno prodotto alcune poesie. Le due che riporto di seguito appartengono a  questa serie, anche se non sono le uniche.

 

Migrazioni

Discreto il canneto,

Il gabbiano tace,

Seguo scie da altri lasciate

In questa immensa pace.

 

Il vento negli occhi,

L’acqua fra le piume,

Gli altri mi aspettano

Dove il lago incontra il fiume.

 

Il tempo è finito,

La luna è una lama,

Decisi prendiamo il volo;

E` il nord che chiama.

 

Il Gorgo (Montallegro)

Avessi la dignità di piangere,

La forza di trovare le parole più pesanti

Ad accrescere il peso che già mi opprime.

 

Avessi la semplicità del bambino,

La sicurezza dell’adulto,

La saggezza del vecchio,

A fare certi i miei passi.

 

Avessi grandi ali bianche,

Il senso delle stagioni,

E avvertissi l’irresistibile richiamo del sud

nascosto fra le piume.

 

Stanotte sarei li;

La zampa tirata in su e la testa fra le ali,

Nel canneto dietro le tamerici,

Fra gli aironi cenerini.

 

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9 pensieri su “Dove il lago incontra il fiume

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