Adoro andare in giro a piedi scalzi. Ho trasmesso questa “mania” ai miei bambini. Con i bambini basta veramente poco. La nostra moglie/mamma ci “odia” per questo. Lei è una donna “calzata” (ma anche lei a volte si lascia prendere e toglie le scarpe assieme a noi). Mio nonno, che credo mi amasse profondamente, in questo provava per me un genuino disprezzo. Lui uomo della montagna siciliana (le Madonie), con un preconcetto grande quanto una casa nei confronti della “gente della costa” (e la costa per i gangitani come lui era rappresentata da Cefalù) mi appellava “cifalutanu scavusu”.

Io non ci posso fare niente. Se voglio entrare in contatto con un luogo, mi tolgo le scarpe e ci cammino un po’ sopra.

Nel lontano 1983 vinsi una borsa di studio (grazie al mio amico Vincenzo che mi segnalò questa possibilità) che mi consentì di trascorrere quasi un anno negli Stati Uniti. Dopo una lunga “pausa linguistica” a Washington D.C. scelsi la mia destinazione finale per il mio secondo anno di agraria: la Montana State University.

Credo che a quel tempo e a quell’esperienza io debba il mio definitivo innamoramento nei confronti del nostro pianeta. Mi impadronivo di un paio di pesche a mensa e lasciavo Bozeman (la piccola città Universitaria) e mi avviavo verso le montagne. Passavo intere giornate ad esplorarle per capire mesi dopo che quegli strani rumori tintinnanti fra le rocce provenivano da velenosissimi crotali. Poi venne l’inverno e continuai ad andare in giro per grotte (la speleologia…la grande passione della mia vita), lunghissime passeggiate a cavallo, pesca del salmone e via dicendo (ma ognuno di queste esperienze meriterebbe un racconto a se).

Alla MSU c’erano solo due italiani. Io e il mio amico Sandro (anche lui beneficiario della stessa borsa di studio). Per noi che arrivammo al campus ancora prima dell’inizio delle lezioni la questione era: chi ci sarebbe capitato in stanza? Non posso negare che quando vidi oscurarsi la porta d’ingresso della mia stanza e un’essere gigantesco, che per varcare la soglia fu costretto a piegarsi, entrare dentro, allora provai un certo smarrimento.

Quel gigante si chiamava Boyde, era l’uomo più mite e pacifico del pianeta (famoso fra i miei amici perchè se la notte rientrava in stanza dopo me si preoccupava di rimboccarmi le coperte), giocava nella squadra di football dell’Università ed era un Northern Cheyenne.

Boyde si fece da subito l’obbligo di adottare me e altri due sventurati studenti filippini. Ci scarrozzava a destra e a manca con il suo pickup, ci dava lezioni di bowling senza che da parte nostra ci fossero risultati significativi, ci invitava nei fine settimana a casa sua dove conoscemmo tutti i suoi parenti (decine di persone il cui grado di parentela con Boyde non era mai chiaro) fra i quali risaltavano particolarmente una mamma “super cuoca” e una nonna “narrante”. Noi, studenti stranieri sempre affamati e dall’inglese incerto, trovammo in questa famiglia un riparo sicuro del quale approfittammo volentieri nelle prime settimane di ambientamento in Montana.

Le giornate a casa di Boyde si concludevano invariabilmente con la nonna che raccontava. Le sue storie sono tutte conservate dentro di me ma ce n’è una che allora mi colpì particolarmente e che ancora oggi mi fornisce “la scusa” per continuare ad andare in giro a piedi scalzi. La nonna (non so se ci disse mai il suo nome) aveva un ricordo non troppo brutto o sconvolgente (contrariamente ad Northern Cheyenne che avrei conosciuto nei mesi successivi) della vita nella riserva. Di sicuro la sua fu però l’ultima generazione che poteva ancora raccontare la differenza che passava fra una vita di prima (fuori ancora dal sistema americano) e una vita “di dopo” alla quale lei riconosceva però diversi elementi positivi. Una sola cosa non riusciva a perdonare e ad accettare. Non la chiusura nella riserva, non la scolarizzazione forzata, non parlava nemmeno mai di tutte le lapidi che punteggiavano l’autostrada che passava vicino alla città (testimonianza di tutti i giovani Cheyenne che morivano ogni settimana di alcool ed automobile). L’unica cosa che veramente l’affliggeva è che ad un certo punto l’avessero costretta a mettere le scarpe. E per sottolineare la sofferenza che da questa cosa ne era derivata diceva sempre: “quando mi misero le scarpe non riuscii a vedere più la terra“.

Per questo continuo, quando posso, ad andare a piedi scalzi.

 

24 pensieri su “Vedere la Terra

  1. Lo “capisco” perfettamente: con i piedi si vede e si sente meglio… Personalmente stare a piedi scalzi per me rappresenta cercare le radici di un luogo…. 😀

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      1. Adoro la Sicilia, adoro la sua asprezza mista a dolcezza, i suoi colori, le sue contraddizioni e la sua gente. Più del mare. Ahimè posso solo dire che ricordo i templi ma alcune immagini le ho impresse nel cuore 😀 un abbraccio 😀

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    1. Grazie. Ma in fondo il blog è una specie di diario delle storie (magari non sempre belle), non ti costringe ad avere a che fare con il mondo dell’editoria (brutto quasi quanto quello del giornalismo), è gratis per chi vuole leggerlo e ti mette in contatto molto più diretto con le persone che hanno la pazienza di leggerti.

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  2. Che bel racconto, Francesco. Il contatto con la terra ci restituisce alle nostre radici. Ci dà la libertà di mettere da parte orpelli e convenzioni, per riappropriarci della nostra umanità.

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  3. L’ospitalità è bellezza pura. E forse anche noi siamo solo ospiti su questa terra. E ci piace toccarla e vederla ed amarla, se siamo in grado di ricordarci di essere grati alla vita che abbiamo. Altrimenti continuiamo a sbattere gli uni contro gli altri coi cellulari in mano.

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