Invecchiando i principi tendono a prendere il posto delle idee. Sembra trattarsi di una strategia di sopravvivenza. Un modo per dire a se stessi: “alla fine qualche cosa l’hai capita davvero“.

Temo che stia succedendo la stessa cosa anche a me. Utilizzo per esempio un principio che trovo molto utile per decidere in molte situazione cosa ritengo giusto e cosa ritengo sbagliato. Se fosse un’idea ve ne fornirei un’elaborazione più è completa. Ma come ho già detto si tratta solo di un principio.

Non tutte le cose che si possono fare si devono fare per forza”.

Se ne deduce facilmente che il principio mi torna parecchio utile quando devo dirimere (per me stesso, ben inteso, non ho la pretesa di proporre “verità” a nessuno) questioni che riguardino, per esempio, la sfera della bioetica. Avrete notato per esempio come in questo blog non si faccia riferimento nemmeno di striscio ad una delle questioni più trattate ed argomentate in questo periodo: il disegno legge Cirinnà. Ebbene ritengo che il mio principio non sia sufficiente a farmi pronunciare in proposito e quindi mi sa, che almeno da me, una disquisizione in proposito ve la eviterete.

Eppure da questo mio principio deriva un sottoprincipio e su quello una cosa mi sento di dirla. Il sottoprincipio è: “non tutto quello che esiste deve per forza essere mostrato, per forza essere documentato“. So che a questo punto sarò costretto a mettere piede in un  territorio che non è il mio, quello del diritto di cronaca. Lo faccio solo in forza del mio noto preconcetto nei confronti dei giornalisti e con un intento gentile.

Io non riesco ad accettare, non riesco emotivamente ad accettare (e qui il mio contributo si connota immediatamente come “soggettivo e personale”) che vengano mostrate immagini che abbiano a che fare con la morte dei bambini. Mi pare un limite che non può essere superato, un assoluto al quale non c’è consentito l’accesso.

Credo d’altra parte che sia giusto documentare e quindi comunicare immagini che testimonino la sofferenza alla quale, in diversi contesti e situazione, i bambini vengono sottoposti, ma tenendo sempre presente la vita. Insomma per me quando si vuole comunicare la sofferenza (e in particolare quella dei bambini) è necessario avere sempre presente “la vita” e non “la morte”. E’ necessario che chi quelle immagini ci restituisce abbia ben presente che esse devono contenere a loro interno un impulso verso l’alto, debbano mostrare un tentativo, per quanto disperato, di contrastare l’entropia, di riaffermare il valore più importante che la vita porta in se, quello di contrapporsi sempre e comunque alla morte.

Per questa ragione mi risulta impossibile accettare l’immagine del bambino siriano sulla spiaggia. Mi risulta inaccettabile l’immagine del gemellino moribondo nel grembo materno che stringe la mano della sorella (e già solo con lo scrivere le parole che mai e poi mai riusciranno ad avere il potere descrittivo delle immagini mi sembra di venire meno al mio principio). Per questo invece un’immagine come quella che metto all’inizio di questo post, di un padre che tenta di fare passare suo figlio attraverso il filo spinato alla frontiera fra Ungheria e Serbia (la foto di Waren Richardson che ha vinto il World Press Photo 2016 è appunto intitolata “Speranza di una nuova vita”), mi sembra che corrisponda bene a questa mia maniera di vedere le cose (lo stesso vale per l’immagine oggetto del mio post del 2 dicembre 2015).

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10 pensieri su “La vita prima di tutto

        1. Secondo me producono un danno anche peggiore…per come siamo fatti l’accettazione di una cosa (anche solo l’accettare di guardare una foto senza distogliere lo sguardo) presume il superamento di un limite, la prossima volta il guardare una cosa simile non mi impressionerà più di tanto, se ho accettato di guardala in qualche modo posso anche accettare che esista in questo mondo. Davvero sarà che sto diventando vecchio ma sempre di più ho la sensazione che ci siano limiti che non vanno superati.

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            1. Proprio così. C’è una frase di Rabbi Baruch che amo molto e che dice: “la vera indigenza del popolo ebraico durante la prigionia in Egitto non sta nella loro condizione di prigionieri ma nel fatto che ci si erano abituati”. A me per tanti versi mi sembra proprio questa l’indigenza del nostro tempo.

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  1. si e’ vero ci sono dei limiti invalicabili. Non e’ una legge, ne un decreto, non una circolare o un emendamento, e’ la legge dell’amore universale e della pieta’ a cui ogni essere umano si dovrebbe piegare. Ma si sa, di cretini, incivili e senza sangue nelle vene, e’ pieno il mondo.

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