C’è stato un tempo felice in cui gran parte delle mie passioni e il mio lavoro (intendo l’attività da me svolta attraverso la quale produco reddito) coincidevano quasi perfettamente.

Soprattutto nel decennio compreso fra il 1991 e il 2001 mi sono trovato al centro di un meraviglioso “laboratorio” di respiro non solo regionale ma anche nazionale (se non addirittura internazionale) che ha prodotto in Sicilia una delle rare attività di pianificazione portatrice di risultati concreti e duraturi: il Piano regionale delle aree protette.

72 riserve naturali e 4 parchi regionali sono stati il frutto di un lavoro veramente eroico portato avanti da un manipolo di ambientalisti, studiosi, amministratori pubblici e semplici appassionati che per un misterioso “allineamento planetario” (di quelli che avvengono ogni 300.000 anni) si sono trovati in una contingenza tale da potersi permettere di esprimere un pensiero talmente forte da essere capace di orientare non tanto l’opinione pubblica quanto la politica.

In una maniera o nell’altra io ero li quando tutto questo è successo e tanti sono i ricordi belli collegati a quel periodo. Divisibili equamente fra le meravigliose esperienze nell’ambiente naturale della mia isola (rese ancora più pure dalla continua sensazione che finalmente ci era data l’opportunità di tutelare quella natura fino a quel momento parecchio maltrattata) e le relazioni umane, nuove e vecchie, che in quel cimento si esaltavano e si candidavano a diventare “per sempre”.

Eppure anche quel periodo si è portato dentro, per quanto mi riguarda, una scheggia di sofferenza.

Mentre lavoravo a far si che quella pianificazione producesse  come effetto una tutela anche giuridica di quelle aree, mentre mi affannavo dietro regolamenti che avrebbero inevitabilmente dato vita a “divieti” necessari per porre un limite alle attività umane all’interno di quei luoghi, mi rendevo conto (e qui torna inevitabilmente la questione fra “piano personale” e “piano collettivo” che prima o poi troverò il coraggio di affrontare) di come, giustamente, questi divieti, queste limitazione avrebbero inciso anche sulle mie “attività all’interno delle aree protette”, a danno della mia possibilità di vivere profondamente il “mondo selvaggio” in quei luoghi di questa isola che “il selvaggio” ancora custodivano.

Per questa ragione, nei giorni immediatamente precedenti l’istituzione di qualcuna delle riserve siciliane, io ero preso da una vera frenesia.

Ancora una notte passata sotto la grande quercia alla portella del vento nel bosco di Ficuzza, ancora una fra le conifere alle falde del Gibele a Pantelleria, una notte ancora con la tenda piazzata sulla spiaggia di Torre Salsa, protetto “dall’uomo seduto”.

Proprio in una di queste notti, che dentro di me sapevo già “essere l’ultima” (magari un giorno scriverò anche di tutte quelle volte che sono state “le ultime” senza averne avuto in quel momento consapevolezza) ho ricevuto un dono che non posso dimenticare.

Con la mia fidanzata (di quel tempo) Micol avevamo piazzato la tenda proprio sotto uno dei costoni gessosi di Torre Salsa. Credo che fosse appena primavera e intendevano fermarci li per qualche giorno. Avevamo passato tutto il tempo a camminare e a fare il bagno nella laguna davanti a noi, non avevamo incontrato nessuno. Poi alla sera c’eravamo concessi una cena calda, preparata sul piccolo fuoco di campo.

Il nostro fuoco delimitava un cerchio di luce all’interno del quale eravamo in grado di vedere, e che ci rendeva visibili anche a distanza. Per noi fuori dal cerchio era buio pesto. Non c’era troppo freddo e l’aria attorno a noi era addolcita dal falò.

Poi improvvisamente, quando stavamo per appisolarci, abbiamo sentito un rumore inequivocabile di qualche cosa di grande che si muoveva in acqua. Noi non potevamo vedere di cosa si trattava, ma quella “cosa” poteva vedere noi e infatti ad un certo punto ha cominciato ad interagire (o almeno a noi è sembrato così): dall’acqua non venivano più soltanto rumori ma una specie di canto. Stridii, squittii, schiocchi, fischi, si sono sostituiti per qualche secondo al silenzio della notte e la sensazione era che fossero proprio rivolti a noi, come se qualcuno dall’altra parte della nostra “sfera luminosa” si chiedesse chi fossimo, cosa facevamo di notte su quella spiaggia. Non c’era paura in questi suoni, ci parve piuttosto curiosità. Ripensandoci dopo ci dicemmo che forse avremmo dovuto andare incontro a quei suoni. Non so se ne avremmo mai avuto il coraggio, di sicuro in quel momento non ci pensammo nemmeno, immersi come eravamo in tanta meraviglia, consapevoli come eravamo di quel “miracolo” (quello si) che si offriva alle nostre orecchie.

Qualche giorno dopo abbiamo letto sui giornali che a largo di Siracusa erano state viste cinque balenottere. Ci piace pensare che fossero proprio loro ad aprirci quel varco (troppo spesso chiuso) che ci mette in diretta connessione con il mondo selvaggio, che ci restituisce (anche se per poco ma come è giusto che sia) al mondo selvaggio.   

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11 pensieri su “Giunse un canto…

  1. Condivido il pensiero di Arianna!
    So che non c’entra nulla, ma leggendo qua e là sul tuo blog mi sembra di capire che sto per avere a che fare (in minima parte) con l’ambito lavorativo in cui hai lavorato / lavori tu. Sto facendo un corso di formazione per diventare educatrice ambientale per bambini all’interno di un parco del Lazio. Formeremo piccoli “junior ranger” in grado di prendersene cura, L’ideatore del progetto ha lavorato in passato per lo sviluppo del Sistema Regionale delle aree protette nel Lazio e alla produzione legislativa regionale, ed è oggi una personalità attiva nel mondo dei parchi e della tutela dell’ambiente.
    Un saluto!

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        1. Con Maurilio ci conosciamo bene ma non abbiamo mai lavorato assieme…diciamo che appartengo ad un’altra scuola e lavoro da molti anni con un altro educatore ed interprete ambientale della tua regione (che mi sembra di capire essere il Lazio): Gianni Netto. Mi fa veramente piacere parlare con te di questi temi se ne hai voglia…

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  2. Certo! Sto scoprendo ora lo scenario Laziale e questo mondo. Il progetto dovrebbe iniziare a marzo e ci sono approdata grazie al magico “da cosa nasce cosa”. Non posso quindi darti ancora un feedback sulla mia esperienza lavorativa o sulla scuola a cui appartiene Maurilio (che effettivamente ho incontrato una sola volta), ma mi fa davvero piacere avere “incontrato” proprio in questo momento qualcuno con cui condividere tali temi!

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  3. Ti ringrazio di cuore per la disponibilità e l’apertura. A prescindere da come andrà questa esperienza ho scoperto un mondo che spero di approfondire (considerando che sto ancora scoprendo la “mia via”). Per risponderti: il Lazio è la mia regione, ma in Sicilia sono le mie origini! 😉

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