Poi, con una cautela ignota in altre circostanze, mi lascio scivolare fino alla piccola cengia, vi poso i piedi e spostandomi orizzontalmente per una quindicina di passi mi riporto vicino al torrente, che in quel punto è già tutto bianco di spume. Da quel ballatoio si guarda proprio al cuore della candida, sonante moltitudine di nastri d’acqua in cui la cascata appena più sotto si divide.

Appollaiato lassù non provo alcuna cosciente sensazione di pericolo. L’impressionante grandiosità delle spettacolo, la forma, il fragore, la potenza dell’acqua che scorre così vicina, annegano il sentimento della paura. Vi sono luoghi dove il corpo bada da sé alla propria sicurezza. Quanto tempo rimango laggiù, come infine torni indietro, in verità non so dire.

Così scrive John Muir nel suo “La mia prima estate sulla sierra“. Attraverso le sue parole ci giunge il racconto di un momento di contatto profondo con il mondo selvaggio. Uno di quei momenti (sempre più rari nella nostra vita e inesistenti nella vita di molti) nei quali l’uomo decide di annullare la distanza, infrangere la bolla protettiva che ha costruito attorno a se per essere nuovamente una cosa sola con la natura del pianeta.

Gary Snyder da parte sua dice: “Ogni regione ha la sua wilderness. C’è il fuoco della cucina e ci sono i luoghi selvaggi meno percorsi dagli esseri umani. Nella maggior parte delle regioni abitate c’era un tempo una combinazione di buona terra agricola, vigne e frutteti, pascolo, bosco (che forniva legna da ardere), foresta fitta e deserto o montagna scoscesa. La wilderness era di fatto il limite di tutto ciò, la parte più raramente visitata, il luogo ‘dove ci sono gli orsi’. Ed era sempre raggiungibile a piedi, a volte in tre giorni di cammino, a volte in dieci. Era il limite superiore del territorio dove la maggior parte delle persone viveva e lavorava, dove il terreno diventava troppo scosceso, o il limite in direzione della foresta o delle paludi. La gente ci andava a raccogliere erbe selvatiche o ad isolarsi in solitudine. Gli esseri umani vivevano nello spazio compreso fra i due poli della casa e della wildernes della loro regione.

Ricordarci che un tempo abbiamo abitato dei luoghi è un aspetto della nostra attuale riscoperta di noi stessi. Dà radici al nostro senso di essere umani. Un mio amico a volte ha la sensazione che il mondo sia ostile agli esseri umani. Dice che la montagna, per esempio ci congela e ci uccide. Ma come potremmo essere qui se questo pianeta non avesse plasmato la nostra stessa forma? La gravità ed un intervallo di temperatura vivibile, a metà strada fra il congelamento e l’ebollizione, hanno permesso ai fluidi e ai tessuti che compongono il nostro corpo di esistere. Gli alberi su cui ci arrampichiamo e il terreno su cui camminiamo ci hanno dato le dita delle mani e dei piedi. La pianura ci ha dato occhi capaci di vedere lontano e i ruscelli e le brezze ci hanno dato lingue versatili e orecchi convoluti. La terra ci ha donato il cammino, il lago il nuoto. Lo stupore ci ha dato questa mente che abbiamo. Dovremmo essere grati di tutto ciò e sopportare con grazia le lezioni più severe della natura”.

La wilderness, il mondo selvaggio è la nostra matrice, anzi addirittura la fucina che ha fatto di noi ciò che siamo. A esso dobbiamo tornare per recuperare il senso di noi stessi. La prossimità con il mondo selvaggio però, come John Muir ci dice, ci pone a rischio. Pone a rischio addirittura ciò che abbiamo di più importante: la nostra vita. Possiamo decidere di pagare un simile tributo? A quale irrinunciabile ed innegoziabile valore corrisponde un rischio così grande?

Domenica scorsa abbiamo fatto un’escursione con la mia famiglia e la mia associazione (certe volte stento a distinguerle!!!). Siamo andati nella riserva di Capo Gallo. Non ci tornavo da tanti anni. La giornata era splendida ed eravamo accompagnati da quell’ottima guida che è il mio amico Giuseppe. Adulti e bambini quasi in egual numero, abbiamo fatto un sentiero molto semplice che dalla zona costiera ci ha condotto in breve tempo su uno dei fianchi della montagna. Ad un tratto Giuseppe ci ha proposto di andare fino ad una terrazza naturale a strapiombo sul mare. Ci ha spiegato che il sentiero a quel punto sarebbe stato poco agevole e pochi hanno quindi accettato di arrivare fino a li. Io e il mio “ragazzo” (Zaccheo), assieme ad altri, abbiamo deciso di andare. Siamo arrivati su questa falesia. Il vento era piuttosto forte ed enfatizzava allo stesso tempo gli odori della macchia e la percezione del vuoto sotto di noi. Ho invitato Zaccheo a stendersi assieme a me sulla pancia sulla lastra di roccia che si sporgeva verso il mare, 200 metri più sotto. Zaccheo ha esitato qualche secondo e poi si è steso accanto a me. L’involucro si è infranto. Eravamo improvvisamente “non più eroi, non più santi” ma solo due esseri viventi, fra i tanti, immersi nel fluire dell’universo. Vicini più che mai siamo stati in silenzio per un po’. Poi ci siamo rialzati e siamo tornati indietro per riunirci con il resto del gruppo. Il mondo selvaggio ci aveva chiamato e noi avevamo risposto alla sua chiamata. Ci aveva chiesto di incontrarlo e noi eravamo stati capaci di andargli incontro.

Il giorno dopo avrei scoperto che a poche centinaia di metri da li, sull’altro versante della montagna, probabilmente alla stessa ora, una ragazza di 24 anni era morta cadendo da una delle scogliere del monte. Nel leggere la notizia ho provato dispiacere per quella persona e un gran senso di colpa per avere esposto mio figlio a  quel rischio.

Oggi non so quali sono i miei sentimenti. So solo che senza correre quel rischio, senza ricercare quel contatto, io penso che noi non siamo più nemmeno uomini ma esseri che vivono su un pianeta parallelo, una nostra creazione artificiale che ci sta plasmando in altra forma.

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3 pensieri su “Il rischio di essere uomini

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