Qui

Piove, a volte sembra neve, ma poi è sempre pioggia. Piove sui monti, sulle strade asfaltate, sulle case al mare, in città, in collina. Piove dappertutto, ininterrottamente, piano qualche volte come per far capire che vuole smettere, poi ricomincia forte, forte sempre, forte uguale.

Piove sulle persone tutte con i loro ombrelli e impermeabili, chiuse nelle loro macchine nel traffico impazzito. Le strade diventano fiumi e trascinano motorini e vecchi spaventati e si gettano a mare, con o senza di loro, grigi e gelati. Ma la pioggia riconosce il proprio percorso, quello che ha tracciato nel tempo di prima, quando l’uomo non aveva ancora cambiato il volto di quest’isola. E allora colma la fossa della Garofala e ridiventa Kemonia, riaffiora violenta alla portella del Garrone e ridiventa Oreto, trascina rifiuti sull’Eleuterio, inonda agrumeti sul San Leonardo si allarga a dismisura sull’Imera. Piove dappertutto e Scillato ancora rumoreggia nelle camere fino a pochi giorni fa mute, il Cataolo spacca i massi dei Peloritani, l’Irminio bacia di nuovo il mediterraneo, il Platani, più timido, scorre parallelo per un po’ ma poi anch’esso vi si tuffa. E ancora piove, e ancora, che i fiumi riempiano di nuovo i laghi e il vento si vede passare, che molti ne avevano dimenticato il merletto, sullo specchio dello Scanzano, sullo specchio dell’Arancio, sullo specchio del Biviere, sullo specchio del Gammauta. Li lucida e la pioggia li riempie e gli alberi tornano a specchiarsi anch’essi lucidi vestiti di un verde acquoso. Poi smette, per un poco, e luce, anch’essa liquida, riempie l’aria. La gente alza lo sguardo e si capisce che nessuno, o quasi, pensa alla Fiumana d’Agrò che rotola potente come un ariete d’acqua in corsa verso lo Ionio. Pensano che i turni di distribuzione dell’acquedotto saranno più frequenti e questo gli basta.

Piove, che sembra un muro a volte, ma è sempre pioggia. Piove sull’altopiano, sulle piste di terra rossa, sulle capanne di fango e paglia. Piove dappertutto, ininterrottamente, piano qualche volte come per far capire che vuole smettere, poi ricomincia forte, forte sempre, forte uguale.

Piove sulle persone tutte coperte di stracci, mentre i bambini negli angoli dei cortili tremano col fango alle caviglie, piove su di loro anche nelle case, anche sotto gli alberi, di più per ripararsi non c’è e neanche questo basta. Le strade diventano fiumi e trascinano sassi trasparenti e camaleonti smarriti e cercano il Grande Ruaha a cui ricongiungersi, rossi dell’argilla dell’altipiano. E la pioggia riconosce sempre il proprio percorso, ed in poco cancella le poche tracce, le poche orme che l’uomo qui ha lasciato con fatica o per distrazione. E allora ruscella i campi arati e diventa Ifuenga, scioglie la poca terra di Khiesa e diventa Mazege, assedia le capanne di Pomerini ed è subito Kakalingo, cerca nella sabbia e nel quarzo la via per la pianura ed è Masamba. Piove dappertutto e si può immaginare il rombo del Ruaha che riprende il proprio letto, che allarga le sue ali d’acqua sulla piana alluvionale, che costringe le mandrie alla fuga, che in un attimo colma i pozzi, distrugge le chiuse di terra, invade i campi di mais, livella l’esiguo lavoro dell’uomo. Poi smette, per un poco, e luce, anch’essa liquida, riempie l’aria. La gente alza lo sguardo e ride. Pensa al tempo del raccolto, pensa al momento in cui il sole li scalderà di nuovo, pensa al tepore del cibo che verrà e questo gli basta.

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4 pensieri su “Oggi piove

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