Il mio amico Michele Nardelli ci offre sul suo blog (www.michelenardelli.it) una riflessione lucida su questo nostro tempo costretto (e insieme dilatato) fra il “non più” e il “non ancora”. E lo fa declinandola in termini di impossibilità di dare significato a questioni che sembravano assodate ma che non lo sono più e non lo sono ancora: fra di queste quella relativa alla sostenibilità ambientale (che mi sta particolarmente a cuore). Trasferisco ai miei lettori le sue parole:

Si potrebbe dire che in ogni momento siamo fra il “non più” e il “non ancora”. Ma non è esattamente così. Ci sono dei passaggi di tempo nei quali questo spazio si dilata, avvolge ogni cosa, rende obsolete categorie di pensiero fino a quel punto indiscutibili, ci costringe ad osservare in maniera diversa le cose che vediamo ogni giorno, ci chiede – come scrive Hannah Arendt – di essere presenti al proprio tempo.

Ne “L’uomo senza qualità” Robert Musil descrive con maestria questo spazio, quando il crepuscolo degli imperi lascia il campo agli stati nazionali, svanisce il monopolio della conoscenza, la guerra diventa taylorista, il Novecento si presenta nel suo delirio senza limiti. 

Quello fra il “non più” e il “non ancora” è, a guardar bene, lo spazio della crisi, o meglio delle crisi. Dell’incapacità degli intellettuali di raccontare un mondo che richiede nuove categorie interpretative, degli economisti di prendere consapevolezza che la crisi – nella sua dimensione strutturale e non congiunturale – altro non è che un nuovo contesto, della politica nel comprendere la natura di ciò che accade.

In questo spazio si pone la necessità di indagare anche le parole, la loro efficacia descrittiva, il loro uso banalizzante.

Una di queste parole, relativamente nuova ma invecchiata precocemente, è il concetto di sostenibilità. Non c’è documento “politicamente corretto” che non parli di sostenibilità, ma l’accezione che se ne dà risulta così ampia nelle sue molteplici declinazioni da renderla pressoché inservibile.

Chi ha avuto a che fare con l’amministrazione del territorio ha potuto verificare quel che sto dicendo. Un esempio concreto. Nella mia esperienza di consigliere regionale ho dovuto affrontare il tentativo di realizzare al confine fra la Lombardia e il Trentino un impianto di “rigenerazione energetica” che, nelle intenzioni dei proponenti, avrebbe portato l’acqua del lago di Garda nel cuore dell’Altissimo a quota 1.600 metri s.l.m. del Monte Baldo. Un’operazione sostanzialmente commerciale che avrebbe portato l’acqua in quota nelle ore notturne (quando l’energia ha un costo ridotto) per rigettarla di giorno quando invece ha un prezzo maggiore. Grande dispiegamento di tecnici, grande operazione di immagine. Un’opera che avrebbe avuto effetti disastrosi sul piano ambientale, in nome dell’energia rinnovabile, della sostenibilità, della crescita. Uno scempio che siamo riusciti a fermare.

Che cosa intendiamo dunque con il termine “sostenibilità”? E’ forse ciò che è possibile? Tutto in questo caso sarebbe sostenibile. E’ quel che si può realizzare stante la disponibilità delle risorse in un determinato contesto spazio-temporale? Ma chi ci assicura che la disponibilità dell’oggi sia garantita anche per le generazioni a venire? E ancora, è forse sostenibile un agire che corrisponde ad un approccio settoriale quando la realtà ci chiede visioni multidisciplinari?

Il territorio non è un asino. Alberto Magnaghi qualche anno fa ha usato la bella metafora della bestia da soma per descrivere una sostenibilità che non fosse riconducibile al carico massimo consentito in un determinato momento, così da far schiattare l’asino in un arco breve di tempo, ma al contrario quell’approccio che si interroga sulla riproducibilità nel tempo e nello spazio.

La sostenibilità è dunque quel complesso di valutazioni che immagina il territorio come un soggetto vivente. «I luoghi – scrive Magnaghi – sono soggetti culturali, “parlano”, dialogano del lungo processo di antropizzazione attraverso il paesaggio, restituiscono identità, memoria, lingua, culture materiali, messaggi simbolici e affettivi».

Aggiungo che in un tempo segnato dall’interdipendenza dovremmo ripensare il concetto stesso di diritto, laddove una visione universalistica, ma anche semplicemente il carattere limitato delle risorse, ci chiede di rivedere stili di vita consolidati ma globalmente insostenibili nella considerazione che un diritto universalmente inesigibile diviene privilegio.

L’impronta ecologica già ci racconta della nostra insostenibilità globale. L’overshoot day, il giorno del superamento, il giorno dell’anno in cui il pianeta esaurisce tutte le risorse che gli ecosistemi sono in grado di generare nel corso di dodici mesi, nel 2014 è stato il 19 agosto.

Il Global Footprint Network ha calcolato che il primo anno nel quale la terrà è “andata in rosso” è stato il 1987 quando al 19 dicembre la popolazione terrestre aveva consumato tutta la produzione degli ecosistemi della terra. Guardandoci indietro, ancora agli inizi degli anni ’60 la popolazione terrestre usava annualmente la metà delle risorse prodotte dagli ecosistemi. Dal 1987 la giornata nella quale si consumano tutte le risorse della terra arriva ogni anno prima… il 21 novembre nel 1995, il 6 ottobre nel 2007, il 23 settembre nel 2008, il 22 agosto nel 2011.

Questi numeri non devono servire a creare emozioni passeggere, ma attraverso un lavoro di analisi, approfondimento, ricerca, formazione, sensibilizzazione, possono facilitare il cambiamento verso nuovi modelli di produzione e consumo. Perché questo è il problema.

Quando il 31 ottobre 2011 a Manila nacque Danica, la disputa fu se fosse effettivamente lei la settemiliardesima cittadina del pianeta, non il sovraffollamento che ci porterà nel 2030 ad essere 9 miliardi di esseri umani. A fronte di 1/16 di superficie terrestre ancora coltivabile.

Che cos’è la paura se non l’incertezza del futuro e la percezione della nostra insostenibilità? Cambiamo i nostri stili di vita o preferiamo predisporci alla guerra, magari in nome di una grande bugia come lo “scontro di civiltà”?

Per molti versi in guerra ci siamo già e, nonostante l’ammonimento di papa Francesco, continuiamo a volgere il nostro sguardo altrove, così come facemmo l’11 luglio di vent’anni fa di fronte al genocidio che avveniva nel cuore dell’Europa nel tentativo di cancellare ciò che la storia aveva prodotto sul piano dell’incontro sincretico delle culture.

Proprio nel carattere diseguale della condizione umana, l’esercizio dei diritti deve tener conto di sostenibilità asimmetriche. Già mezzo secolo fa la Scuola di Barbiana ci ammoniva dell’ingiustizia insita nel far parti uguali fra disuguali.

Non è forse questo, in buona sostanza, il tema delle “terre alte”? Laddove la produzione di un litro di latte, di un chilogrammo di frumento, il confezionamento di un pasto… corrispondono a condizioni molto diverse rispetto alle stesse produzioni in altri contesti. Così come la cablatura del territorio montano comporta investimenti molto alti se rapportati al numero potenziale dei collegamenti, dunque poco remunerativa se dovesse corrispondere alla logica del profitto.

Ecco che il concetto di sostenibilità o, meglio, di autosostenibilità prende forma, nell’esigenza di creare o ristabilire le condizioni per abitare i territori e valorizzare le loro caratteristiche, le biodiversità, che poi rappresentano l’anima e l’unicità di ogni luogo.

Le terre alte (e non solo quelle) richiedono attenzione, conoscenza, ricerca, fantasia, responsabilità e … autogoverno, il contesto dello “stato giuridico degli uomini liberi” per dirla con Annibale Salsa. E dunque nuove competenze autonomistiche (il contrario di ciò che oggi avviene) insieme alla capacità di mettersi in reti più ampie, macroregionali, sovraregionali e mediterranee, delineando una diversa idea di Europa in senso federalistico.

Richiedono che la politica non sorvoli i territori, ma sia capace di pulsare con essi. Non per diventarne espressione corporativa (già il 48° rapporto del Censis fotografa questo paese attraverso la metafora di sette giare – poteri sovranazionali, politica nazionale, istituzioni, minoranze vitali, gente del quotidiano, sommerso e comunicazione – fra loro non comunicanti, mondi che vivono di se stessi, invitando la politica ad essere “arte di guida”), ma nella capacità di esprimere visioni in grado di connettere luoghi, discipline, saperi, culture… in un orizzonte insieme territoriale e sovranazionale, superando il vecchio paradigma degli stati nazionali.

Credo che la crisi della politica, che è crisi dell’insieme dei corpi intermedi e non solo dei partiti, abiti proprio qui. Abbia a che fare con lo spaesamento come esito del venir meno delle tradizionali identità sociali senza riuscire a mettere in campo altri spazi di coesione. Abbia a che fare con l’omologazione dell’immaginario e l’incapacità di pensare “da sé”.

Sì, credo che l’essenza della crisi della politica sia crisi di sguardo, proprio perché nulla è più come prima ma continuiamo a guardare il mondo (come le nostre piccole realtà) con gli occhi di prima. Voglio dire che lo spazio fra il “non più” e il “non ancora” dovrebbe essere anche quello dell’ebbrezza della creazione politica

 

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