Un altro racconto della serie africana. Anche questo frutto non troppo maturo di un’esperienza che però ha prodotto in me un’idea completamente nuova riguardante il senso e l’importanza dell’educazione e della scuola per la persona e per la società all’interno della quale la persona vive

Dona nobis pacem

“Coloro i quali ricevono il privilegio di potere avere un’istruzione hanno il dovere di ripagare il sacrificio che altri hanno fatto per loro. Essi sono come quell’uomo al quale è stato dato tutto il cibo disponibile in un villaggio morente d’inedia, perché egli potesse avere la forza di portare indietro rifornimenti da un posto distante. Se egli prende il cibo ma non porta aiuto ai suoi fratelli, è un traditore. Così, se uno dei giovani, ai quali è stata data un’educazione grazie al popolo, adotta atteggiamenti di superiorità o manca di utilizzare il sapere per aiutare lo sviluppo del paese, allora egli sarà un traditore”.

J. Nyerere – primo Presidente della Repubblica della Tanzania

Mzungu aveva accettato di partecipare alla cena che i volontari bresciani avevano organizzato per gli insegnanti delle secondarie solo per fare piacere a Shemazi Paolo. In realtà non ne aveva nessuna voglia ed infatti era arrivato quando la cena era già quasi iniziata per evitare di dare nell’occhio e avere così la possibilità di disertarla nel più breve tempo possibile.

La cena si teneva in un’aula di paglia e fango all’interno della quale erano allineati dei banchi neri e sulle pareti un’infinità di carte del National Geographic di luoghi che quella gente non avrebbe mai visto. Al primo banco Mzungu scorse il piccolo Mwalimu (maestro) che aveva conosciuto l’anno prima durante la consegna delle borse di studio. Era stata una cerimonia molto bella in un pomeriggio radioso di gennaio. I sette borsisti erano arrivati con il loro Mwaulimu ed ognuno era vestito con gli abiti migliori. Il Mawalimu poi aveva addirittura la sua uniforme da maestro, verde marcio con il colletto alla coreana e la lunga abbottonatura sul davanti. Erano contenti ed orgogliosi e più di tutti il maestro il cui sorriso raggiante si rifletteva negli occhi dei suoi ragazzi. Mzungu conservava una foto di quel pomeriggio e quando era a casa la riguardava con piacere soffermandosi sul viso di ognuno di loro e provando a ricordarne le storie, le necessità. C’era Tumaini, l’unica donna selezionata, per la quale era stato necessario sostenere una vera e propria battaglia contro la componente africana della commissione selezionatrice che era convinta che entro un paio di anni al massimo avrebbe lasciato la scuola perché sarebbe rimasta incinta come tutte le ragazze alla sua età. C’era Pietro la cui famiglia aveva richiesto un supporto economico unicamente per il corredo scolastico che proprio non poteva permettersi: un materasso di gomma piuma, due chili di sale, cinquanta candele ed una zappa. C’era Eni il cui padre aveva richiesto soltanto un prestito per le tasse scolastiche ma che il giorno dopo la consegna lo restituì perché era riuscito a vendere l’unico vitello che aveva e allora magari con quei soldi si poteva fare studiare ancora un altro ragazzo del villaggio. Adesso Mzungu sedeva nuovamente accanto al Mwalimu che cercava di raccogliere con il cucchiaio una specie di poltiglia che i volontari tentavano di spacciare per spaghetti. Anche quella era per lui un’occasione molto importante ed anche questa volta era molto elegante con un abito amaranto oramai completamente lucido per l’uso e una cravatta multicolore che Mzungu si chiedeva dove mai l’avesse recuperata. Il Mwalimu si trovava chiaramente in grave imbarazzo perché da un lato teneva particolarmente ad intrattenere il suo ospite ma dall’altro voleva finire al più presto gli spaghetti per potere prendere anche una porzione di riso con il pollo. In quella sera speciale infatti il cibo era decisamente abbondante e lui desiderava evidentemente poterne consumare quanto più possibile. Per ottenere entrambi i risultati aveva scelto quindi di porsi di tre quarti rispetto al banco in maniera tale da potere guardare e parlare con Mzungu senza dovere trascurare il proprio piatto e senza perdere d’occhio la grande ciotola comune di riso sistemata poco più avanti, il livello della quale scendeva preoccupantemente. Anche se Mzungu non aveva fame decise allora di prendere anche lui una porzione di riso e pollo per darla al piccolo maestro nel caso in cui non fosse arrivato in tempo a prenderne per parlare con lui.

Mzungu chiese al Mwalimu come andassero a scuola i ragazzi selezionati l’anno scorso e Mwalimu rispose, continuando a pulirsi la bocca con il dorso della mano, che andavano molto bene perché erano molto orgogliosi dell’onore ricevuto e molto fortunati per l’opportunità che era stata data loro e ritenevano quindi di dovere fare di più degli altri. Il Mwalimu volle sapere se anche in Italia i ragazzi erano molto contenti quando avevano la possibilità di studiare e se era molto costoso farlo, come da loro, e se ancora era necessario fare spesso tanti chilometri a piedi per raggiungere la scuola più vicina. Mzungu non sapeva davvero cosa rispondere. Disse soltanto che la maggior parte dei ragazzi che conosceva non davano molto peso allo studio e per lo più lo consideravano una cosa scontata o addirittura un fastidio. C’era poi chi riteneva che l’avere studiato costituisse un titolo in se e perciò si dava arie e pretendeva riconoscimenti. Il Mawalimu lo guardava chiaramente senza capire e non smetteva di sorridere. Quando capì che Mzungu non avrebbe aggiunto altro volle concludere dicendo che comunque, in qualunque paese si trovassero era certo che i giovani attraverso lo studio e la cultura avrebbero contribuito tutti assieme ad un mondo nuovo di pace e fratellanza e già vedeva i suoi alunni unirsi ai giovani di cui parlava Mzungu in un unico meraviglioso progetto comune.

Mzungu avrebbe voluto dirgli: “Dove, mio piccolo maestro, dove si incontreranno mai due ragazzi il cui pensiero del primo è tutto concentrato sul come fare a chiedere ai genitori i soldi per una moto più potente e quello del secondo, su come trovare il cibo per sopravvivere fino al giorno dopo”. Ma non ebbe il coraggio di chiederglielo anche perché in quel secondo il Mwalimu era riuscito a finire i suoi spaghetti e a prendere la porzione di riso. Il suo sorriso era ancora più grande adesso e si vedeva che dentro nutriva la certezza che un giorno i suoi ragazzi e quelli di Mzungu sarebbero stati capaci assieme di costruire la pace. Si concesse allora un’ultima distrazione dal suo piatto. Alzò gli occhi al crocifisso che dominava la parete davanti e con occhi colmi di tenera devozione e la voce rotta da leggera commozione disse: “dona nobis pacem“.

5 pensieri su “Dona nobis pacem

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