Accanto al mio ufficio c’è un parcheggio. No, l’incipit è sbagliato. Accanto al mio ufficio c’è una persona. Non riesco a definirne l’età. Di sicuro sopra i cinquanta anni.

Presidia uno spazio di circa 500 metri quadrati ricompreso fra gli ingressi di due negozi chiusi da tempo e l’incrocio di due strade. Lo spazio in questione è sintesi perfetta dell’assoluta follia urbanistica di questa città. Per tutta la sua superficie (e anche i muretti perimetrali) è interamente ricoperto da ciottoli marini, frutto del saccheggio di chissà quale spiaggia. Lo spazio è dotato di un ingresso sul lato costeggiato da una delle due vie e di un ingresso sull’altro. All’ingresso che da sulla via principale troneggia un cartello: proprietà privata.

Ora, lasciando da parte qualunque discussione circa la legittimità della pretesa insita in questo cartello, bisogna sapere che è questo diritto che la persona presentata in apertura presidia.

Lo fa d’estate e d’inverno. Sotto la pioggia o nella canicola più intollerabile. Cambia il suo abbigliamento ma lui è sempre li. Poggiato sul muretto, vicino all’ingresso principale. A volte seduto su una sedietta. Io arrivo attorno alle 8 del mattino in ufficio e lo trovo li. E’ sempre li sia che io vada via alle 3, alle 5 o alle 7 del pomeriggio.

Ma ecco l’altro elemento interessante di questa storia. La zona, contrariamente a quelli che sono gli standard palermitani, è stracolma di aree per il parcheggio completamente gratuite. Si può parcheggiare sulla strada principale, si può parcheggiare su quella laterale, senza limitazioni di sorta. Il parcheggio presidiato da questa persona, quindi, quando va bene, ha al suo interno un paio di automobili al giorno (e anche questo è un mistero sul quale varrebbe la pena indagare). Bisogna aggiungere che il parcheggio non è recintato e quindi non presenta nemmeno particolari qualità dal punto di vista della sicurezza. Chiunque usa attraversarlo in macchina o a piedi per tagliare l’angolo fra le due strade che lo delimitano su due lati.

Eppure lui sta li. Mattina e pomeriggio. Al caldo e al freddo. Non gli ho visto mai chiedere niente a nessuno. Pretendere niente da nessuno (al contrario dei suoi colleghi genuinamente abusivi in altre zone della città). Mi viene in mente, passando davanti a lui ogni mattina, una poesia di Aldo Palazzaschi (dalla raccolta Cavalli bianchi, 1950):

Ara, Mara, Amara

In fondo alla china,
fra gli alti cipressi,
è un piccolo prato.
Si stanno in quell’ombra
tre vecchie
giocando coi dadi.
Non alzan la testa un istante,
non cambian di posto un sol giorno.
Sull’erba in ginocchio
si stanno in quell’ombra giocando.

Scorgo una metafora…..

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2 pensieri su “Forse una metafora

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