Ancora un racconto che appartiene al progetto di rilettura di alcuni momenti, e soprattutto personaggi, dei Vangeli per provare ad immaginare cosa accade loro una volta “usciti di scena”. Da questo momento, per comodità soprattutto mia (la mia testa funziona così), li raccoglierò tutti in una categoria dal titolo “Fra il fine e la fine“.

Chiedo anticipatamente scusa agli appassionati di Walter Whitman per il plagio che rileveranno immediatamente nel leggere il racconto (e che io stesso avevo in qualche modo anticipato con il mio post di ieri). Spero che venga compensato almeno in parte dal tributo.

Lucius

Quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: “Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga”.Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: “Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono uomo sottoposto a un’autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all’uno: Và ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fà questo, ed egli lo fa”. All’udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!”. E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

Lc 7, 1-10  (cfr Mt 8,5-14)

 

Ho incontrato quell’uomo per la prima volta lungo le sponde del lago. La mia centuria si muoveva in formazione,  poco discosta dalla rive, sollevando polvere e intonando un canto aspro. Lo avevo visto camminare fra i suoi. Lo sguardo basso. Mi dissero poi che predicava. Pensai allora che mi sarebbe piaciuto conoscere quell’uomo e che prima o poi avrei potuto convocarlo presso il mio acquartieramento con una scusa qualsiasi, tanto per vedere come reagiva, se anche davanti al potere costituito avrebbe mostrato la stessa flemma che mostrava quel giorno. Ero certo che non avrebbe potuto dire di no. In fondo la sua comunità mi doveva molto: non ero stato forse io l’artefice della costruzione della sinagoga?

Da quando Salvio è entrato nella mia vita non sopporto più di attraversare i campi di battaglia. Un tempo era quello per me il momento preferito della battaglia. Quando tutto era finito e sul campo aleggiava solo l’odore del sangue e dell’erba calpestata. Adesso non riesco a tollerare più quel momento, né i momenti che lo precedono. Odio i preparativi. Il percepire fra i miei soldati la paura eccitata dei giovani, il nervosismo compiaciuto dei veterani. Non tollero più le parole scambiate prima dell’attacco, le urla di incoraggiamento durante la battaglia, il rumore delle armi, il lamento dei feriti. Odio la mia stessa voce, che non mi sembra già più mia, mentre incito gli uomini ad andare incontro alla morte.

E’ una battaglia impari. Non l’avevo compreso fino a quando “uno” ha smesso di essere “gli altri” ed è diventato il “più caro”. Non avevo capito che le armi del bene sono armi spuntate nella guerra contro quelle del male. Ci è dato di attraversare il campo di battaglia, ebbri di sangue e violenza, e seminare, letteralmente seminare, la morte. Ma non ci è consentito, una volta perso l’impeto e l’abbrivio, di fermarci e tornando indietro, di “raccogliere” la vita. Non possiamo battere le mani, dire “bene, la farsa si conclude qui” e sperare che chi è caduto si rialzi, membra e teste tornino al loro posto e ci si avvii nuovamente verso casa, verso le proprie famiglie.

Arma del male è la morte e ce la sventola davanti agli occhi generando così la più fedele fra i suoi compagni: la paura. Ma il bene non è armato della vita. Della vita si cura ma non può crearla, restituirla. Dicono che è capace di generarla. A me neanche questo è dato. E alla fine sui campi di battaglia restano solo uomini morti. Non riesco più a distinguere fra i nostri e quelli del nemico. I volti, ogni volto, mi sembra che riproducano sempre le fattezze di Salvio. Mi aggiro fra loro per ore, scacciando con urla da pazzo corvi e sciacalli e non ho pace fino a quando ognuno di essi non è stato restituito al grembo della terra.

Mi raccontano che l’uomo visto qualche giorno fa sul lago parla di queste cose. Mi raccontano, e nel sentirli sorrido al pensiero di quando ingenua sia la gente di questa terra, che quest’uomo non si limiti a parlarne ma che agisca contro la morte. Gira voce che a Betania, in Giudea, l’uomo abbia resuscitato un giovane di nome Lazzaro. Dicono anche che era un suo amico, fratello di amiche molto care. Stimavo di più questo uomo. Queste dicerie non depongono di certo a suo favore.

Salvio si è ammalato. Ancora ieri il suo volto era roseo, la sua voce allegra. Stanotte, mentre mi dormiva al fianco, ha lanciato un urlo, si è sollevato di scatto al centro del letto, poi è nuovamente crollato giù come un sacco vuoto. Da allora non parla, respira a stento. Giace sotto la zanzariera e io posso solo andare a trovarlo quando i miei impegni di comandante della guarnigione me lo consentono.

Da stamattina non mi muovo più dal suo capezzale. Il respiro si è fatto ancora più sottile. A volte sembra sparire, interrompersi, ma arriva puntuale un colpo di tosse a confermarmi che Salvio è ancora di questo mondo. Non c’è niente che possa fare per lui. Non c’è niente che possa fare per lui. Ripeto incessantemente questa frase che non riesco ad accettare nel tentativo di renderla sopportabile per quando diventerà ineluttabile. Io che comando duecento uomini, non posso comandare questo male. Io che sono abituato a dire ai miei uomini “andate!” e quelli vanno, “venite! e quelli vengono, non posso nulla contro questo nemico oscuro. Ho paura. Io ho paura.

Ad un tratto il sonno mi coglie. La mia fronte poggia sulla sua mano aperta. Sogno l’uomo del lago. I suoi occhi non sono più rivolti in basso. Mi guarda in volto. Fissa i suoi occhi nei miei. Quasi non riesco a reggere quello sguardo. Una luce intensa lo avvolge, come se il sole stesse sorgendo alle sue spalle. Improvvisamente l’uomo solleva una mano. Pollice, indice, medio. Tre.

Mi sveglio di soprassalto. Ho bisogno di parlare con quell’uomo ma non posso. Non sono stato capace, nella mia triste vecchiaia, di comprendere il nuovo potere che esso rappresenta e adesso non posso incontrarlo. Io non appartengo al loro tempo vecchio, non sono nemmeno del suo tempo nuovo. Io sono niente. Un niente plasmato dal dolore e dal bisogno che ha una necessità disperata: credere di essere stato talmente fortunato da essere contemporaneo di colui che è stato capace di armare il bene con la spada della vita. Voglio credere, sperare che davvero il suo segno sia la resurrezione. Non posso andare da lui. Non viviamo nella stessa dimensione. Non posso incontrarlo perché non partecipiamo dello stesso universo. Manderò messaggeri nella speranza che sappiano parlargli del mio dolore, trasmettere il senso di questo amore che molti considerano indecente, fargli capire che il mio cuore non aspetta, per cambiare, un segno ma che è già cambiato per effetto di un miracolo non ancora avvenuto, di una reminiscenza futura.

Colui che meglio amo giace addormentato a me accanto, sotto la stessa coltre, in questa notte fresca. Nei placidi raggi della luna autunnale il suo volto verso di me inclina e il braccio mi posa leggero sul petto. Avverto con chiarezza il calore del suo corpo, il calore del suo respiro. Solo ieri era freddo come la morte. Era morto. Adesso a tratti posso sentire la voce flebile emanare dalle sue labbra: “Lucius”. Chiama il mio nome. Non ricorda nulla di ieri.

Tutte le mie spade sono state raccolte, i cimieri, gli scudi. Nulla deve restare di quel tempo. Nel crogiolo adesso, rosso, scorre il metallo con il quale erano state forgiate, scorre in questo strano stampo, a comporre il sigillo di questa mia nuova alleanza: “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci“. Domani, quando si sarà raffreddato, ad esso aggiogheremo l’asino. Io davanti, curvo aprirò il solco. Dietro di me lento e sorridente verrà Salvio, con ampi gesti, a seminare la vita.

 

 

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