Anche quello che segue è un racconto che fa parte dello stesso progetto de “l’Ospite“, di “Da Gerico a Gerusalemme“, e di “In silenzio“. La figura si Simeone all’inizio del mio percorso di studio e riflessione sul Vangelo, era una di quelle figure che mi colpiva molto positivamente.

Una figura che mi commuoveva. Poi un giorno, mentre rileggevo i passi del Vangelo che lo riguardano (ma a quel punto ero già padre e marito), improvvisamente mi è venuta in testa una domanda: “ma può essere mai che quest’uomo passasse fuori dal tempio tutto il suo tempo? E’ mai possibile che non avesse niente di meglio da fare?“. E a quel punto, a causa di questa nuova idea che mi ero fatto di lui, non ho provato più la simpatia e la commozione che provavo prima. Da questo cambiamento di stato d’animo nei suoi confronti è nato questo racconto.

Simeone

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.

Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio:

«Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;
perché i miei occhi han visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli,
luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele».

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima».

Luca, 2/22-35

Non poteva essere quello il miracolo. Continuava a ripeterselo in maniera ossessiva da più di  tre anni. Non poteva essere quello il miracolo e con la mente continuava a riconsiderare le ragioni che davano forza al quel suo pensiero fisso.

Quella mattina di quasi tre anni fa li aveva incontrati sulla strada per il tempio. Intabarrati nei loro abiti migliori, l’uomo con lo sguardo vitreo perso nel vuoto, la donna impegnata a consolare un neonato insignificante che sembrava inconsolabile. Erano loro e lui lo sapeva perché era la sua testa a dirglielo. Aveva preso il bambino in braccio e quello aveva cominciato a piangere ancora più forte e a dimenarsi, la madre lo guardava desolata e stanca di sempre nuovi segni, il padre quasi adirato aveva fatto tre passi avanti volgendogli le spalle. Era dunque questa la scena del miracolo? Poteva mai essere questo l’incontro preannunciato e tanto atteso?

Quando poi aveva detto la frase suggeritagli dallo spirito santo, quella frase serbata in petto da quando molti anni prima lo spirito lo aveva visitato, anche la madre si era unita al pianto del figlio e il padre lo aveva raggiunto strappandogli quasi il bimbo dalle mani e cingendo la moglie con un braccio aveva intrapreso nuovamente e quasi con urgenza la strada che conduceva al tempio. Non era quello che si era aspettato, il vecchio era rimasto sgomento.

E se d’altra parte era lui ad averli incontrati, era lui ad averli riconosciuti era altrettanto innegabile il fatto che loro non avevano dato segno di riconoscerlo. Erano li, davanti ai suoi occhi, oggetto del miracolo promesso, testimonianza vivente anche se improbabile della potenza ed affidabilità del suo dio degli eserciti, eppure non davano segno di riconoscerlo. Ma così come l’agnello riconosce la madre senza possibilità di errore non è pur vero che la madre riconosce il suo piccolo anche fra centinaia di altri agnelli belanti? Allo stesso modo non avrebbero dovuto riconoscere loro colui che per tanto tempo aveva atteso, il ricettore che portava il messaggio dello spirito? Non avrebbero dovuto disporsi anch’essi nell’atteggiamento consono di chi partecipa del miracolo?

C’era un’ultima cosa che senza ombra di dubbio lo rendeva certo del fatto che quello non poteva essere il miracolo. Il vecchio non era morto li davanti al tempio, non era morto quella sera tornato a casa sua, non era morto nei giorni successivi, non era morto in questi tre anni nei quali si era interrogato su un  miracolo mai realizzatosi, non era morto nonostante quella fosse la promessa posta a suggello della profezia.

Ma altri erano morti in quei tre anni. Era morto il più giovane dei suoi figli, malato sin dalla nascita non aveva retto al suo male. Ne il vecchio si era mai occupato di lui, così come non aveva visto crescere gli altri due, morti molti anni prima, uno di spada in una guerra dimenticata e l’altro di solitudine. Alla fine era morta anche sua moglie, in silenzio come era sempre vissuta. L’aveva trovata in un angolo della casa, da lui costruita come fosse una replica in miniatura del tempio, morta da qualche giorno mentre lui da giorni era fuori per celebrare i riti e discutere delle scritture.

Non c’era più niente che lo tenesse nel suo posto, nella sua casa. Non c’erano mai stato niente per la verità eccetto la comodità del focolare e la promessa del miracolo. Entrambe le cose adesso non c’erano più e il vecchio decise di andare a Nazareth per cercare quella famiglia e tentare di capire. Prese con se solo il bastone, non aveva in programma di ritornare.

Non fu difficile trovarli, ma giunse alla casa a sera. Sotto la tettoia, davanti la porta non sedeva più nessuno. Dalla bottega a fianco non proveniva alcun suono di attrezzi. Sporgendosi ad uno degli angoli della casa notò un pallido bagliore proveniente da una finestra e verso di esso si diresse. Un cespuglio disordinato gli permise di osservare la scena che si svolgeva dentro la casa. Dapprima vide solo la madre muoversi attorno al focolare. Poi un movimento alla tavola posta al centro della stanza attirò la sua attenzione e vide seduto presso il desco il bambino. Notò che era cresciuto in grazia e bellezza, lo osservò sorridere. Poi da una porta che collegava la casa alla bottega arrivò il padre. Non si sedette subito. Abbracciò prima la donna e poi colse di nascosto il piccolo alle spalle. Lo coprì di baci e di carezze, poi lo butto giù per terra e lottarono brevemente ridendo e accapigliandosi fino a quando la donna non li richiamò e portò il cibo a tavola. Si sedettero ancora in preda alle risa e all’allegria e cominciarono a mangiare non prima di avere benedetto il cibo tutti assieme, come mai il vecchio aveva visto fare prima.

La lanterna era stata attaccata ad un gancio sul tavolo e avvolgeva la famiglia in un cono di luce. Il miracolo finalmente era davanti a lui. Ciò che aveva aspettato praticamente da una vita si offriva adesso ai suoi occhi nella sua assoluta evidenza ma senza che lui avesse modo di parteciparvi. Un miracolo che non prevedeva partecipazione esterna, un miracolo del quale era solo possibile essere artefici in una quotidianità che gli sfuggita, scambiata per altro, sostituita con altro.

Nel cono di luce c’era il senso che non era stato capace di cogliere: tre persone consumavano con entusiasmo la polpa di un frutto che sembrava essere dolcissimo e del quale lui negli anni si era limitato a rosicchiare con sufficienza e distacco la scorza. Non c’erano spade nel cuore, ne eserciti spiegati in battaglia, nessuna divinità vendicatrice. Attorno a quella tavola nasceva una storia nuova e lui lo aveva capito troppo tardi.

Si allontanò con lentezza dalla casa mentre sentiva già le forze abbandonarlo. Sperava che in qualunque luogo il nuovo Dio lo stesse portando gli fosse data l’opportunità di rincontrare i figli e la moglie per chiedere loro perdono.

 

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