La figura di Elisabetta, cugina di Maria, mi ha sempre affascinato. Così silenziosa. Avanti negli anni. Madre di Giovanni, il Battista. Anche lei destinataria di un “miracolo a termine” (in fondo come tutti coloro che vengono raggiunti dal miracolo e che sanno apprezzarlo). Anche in questo caso, e nel solco del progetto di cui anche “L’Ospite” (post del 24 novembre 2015) e “Da Gerico a Gerusalemme” (post del 30 dicembre 2015) fanno parte, provo a immaginare cosa accade dopo. 

In silenzio

Al tempo di Erode, re della Giudea, c’era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abìa, e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata Elisabetta. Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni. Mentre Zaccaria officiava davanti al Signore nel turno della sua classe, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l’offerta dell’incenso. Tutta l’assemblea del popolo pregava fuori nell’ora dell’incenso. Allora gli apparve un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, poiché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto». Zaccaria disse all’angelo: «Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni». L’angelo gli rispose: «Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a portarti questo lieto annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo». Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria, e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto. Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: «Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna tra gli uomini».

(Luca, 19/5-25)

Elisabetta non ha assistito alla morte di suo figlio. Le hanno restituito la testa dopo giorni. Non ha potuto guardarla. Avrebbe voluto assistere alla sua esecuzione per potere fissare ancora un volta nei suoi occhi la luce che scaturiva dagli occhi di Giovanni, ma la testa non ha avuto la forza di guardarla. Da allora per tre anni ha desiderato che qualche evento potesse ancora cambiare il corso delle cose, lo ha sperato in quei tre anni come lo aveva sperato nei trentanni precedenti perchè Elisabetta ha saputo, sin da subito ha saputo. Perchè Elisabetta sapeva. Sapeva già cosa Zaccaria le avrebbe detto ancora prima che, di ritorno dal tempio, varcasse la soglia in quel giorno di autunno di quasi trentacinque anni fa. Sapeva ancora prima che la sua cugina bambina si presentasse nella sua casa qualche mese dopo. Sapeva di essere strumento anche lei. Non suo figlio, non Giovanni che già partecipava della gloria, ma lei si, residuo di un altro tempo, relitto galleggiante sulle acque ferme di un antico mare interno. Uno strumento muto. Esempio per la bambina, mediazione del cielo, un passo verso l’accettazione dell’impossibile. Se il Signore era riuscito a colmare il suo grembo secco tutto diveniva plausibile, più facile da accettare. Uno strumento nelle mani del Signore, il primo forse. Uno strumento muto.

Muto Zaccaria, silenziosa lei. Secco il suo grembo ma fertile il suo silenzio e quello di suo marito. Un silenzio per raccogliersi, un silenzio per accogliere, un silenzio per ascoltare il bambino che gioiva nel grembo alla notizia del concepimento del cugino, un silenzio per stringersi assieme e contemplare il miracolo che si faceva carne, un silenzio per stringersi le mani, per guardarsi negli occhi, per pregare, per aspettare. Il silenzio di chi è sul confine, di chi costituisce premessa ma non sarà mai storia, il silenzio di Aronne che guarda la terra promessa dalla cima del Monte Cor sapendo che non la raggiungerà mai. Eppure un silenzio che si sarebbe trasformato in canto nel momento in cui il nome del bambino fosse stato inciso per la prima volta sull’argilla, un silenzio per credere senza domande, per credere senza bisogno di capire, per credere che tutto è possibile come il sole che sorge ogni giorno e la pioggia che cade dal cielo e il vento che soffia fra le foglie.

Ma Elisabetta sapeva anche che a tanta felicità sarebbe corrisposto altrettanto dolore quando il tempo si sarebbe compiuto. Il suo silenzio testimoniava quindi anche l’impossibile speranza che ciò che era scritto non si avverasse, che la divina compassione vincesse sulla necessità del disegno.

Ma Elisabetta sapeva che il miracolo è dono quotidiano al quale sta a noi aprirci ma che non può costituire in nessun caso pretesa futura.

Elisabetta sapeva che il miracolo non si riduce all’attimo in cui si realizza ma continua a esprimersi per tutto il tempo in cui siamo capaci di viverlo e di percepirlo come tale.

Elisabetta sapeva che il miracolo, il suo miracolo era ancora prefigurazione e come tale avrebbe condiviso il destino di colui che prefigurava, non ancora segno della sua missione ma notizia della sua venuta.

Per questo Elisabetta sapeva che ciò che sarebbe divenuto miracolo imperituro per gli altri, per lei sarebbe stato solo un miracolo a tempo, una concessione che costituisce eccezione funzionale, uno strumento che produce gioia solo come effetto collaterale ma il cui prodotto finale è una testa mozza, una passione senza compassione, una croce, la redenzione dal peccato, la resurrezione forse.

Per questo Elisabetta tace nei giorni del concepimento e continua a tacere nel tempo che segue. In silenzio assiste la cugina bambina, in silenzio le porge la mano, le porge l’acqua, in silenzio deterge il suo sudore e le sue lacrime.

In silenzio guarda Giovanni e Gesù correre sui prati della loro infanzia. Li guarda correre fra gli ulivi, li guarda dare la caccia alle lucertole, abbracciarsi nella lotta. Li guarda raccogliersi in preghiera nel tempio, li guarda mentre Giovanni guida la mano incerta di Gesù nel tracciare le prime lettere, li guarda giocare, li guarda cantare.

In silenzio li segue, in silenzio gioisce del miracolo anno dopo anno, ancora di più gioisce, sempre di più gioisce, come gioisce colei che sa che l’oggetto della sua gioia è destinato a scomparire, a finire.

Tanti anni ha vissuto alla luce del miracolo, miracolo a sua volta di una vita che dura al di la di ogni ragionevole previsione. Ma come avrebbe potuto morire prima? Non sopravvive forse l’albero al suo frutto? La sorgente non resta tale anche quando il flusso d’acqua che scaturiva da essa si è interrotto?

Quando le portano la testa di Giovanni non ha la forza di guardala ma sa che il tempo non si compie allora e che in silenzio deve ancora attendere.

Adesso in silenzio è sotto la croce che regge il corpo quasi senza peso di quella cugina che il tempo sembra non avere toccato. I raggi del sole per un attimo vengono coperti da una nuvola, può vedere la luce nello sguardo di Gesù, assistere all’esecuzione che non le era stata concessa e poco importa che sia di lama o di chiodi. Elisabetta sa che a questo punto è solo conto di respiri, conto di gocce. Dopo l’ultimo, dopo l’ultima lei avrà smesso di essere strumento e silenziosamente potrà sconfinare nel nulla.

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