Qualche giorno fa con il mio amico Salvo (che mi ha ispirato questo post) discutevamo di raccolta differenziata. Devo premettere che non credo nella raccolta differenziata.

Non ci credo come soluzione al nostro problema dell’incremento incontrollato dei rifiuti. Credo che in fondo sia figlia del consumismo. Una risposta da “ecologia superficiale” che ci siamo dati a mo’ di giustificazione consolatoria per continuare a consumare con gli stessi ritmi e modi utilizzati fino ad adesso. Bisognerebbe guardare il problema da ben altro punto di vista. Cominciare a pensare a consumare meno, a rivedere completamente le tecnologie alla base della conservazione, del trasporto e della vendita degli alimenti. Insomma bisognerebbe cominciare ad entrare in un “nuovo paradigma”. Nonostante ciò credo fermamente che la raccolta differenziata vada fatta.

Salvo mi chiedeva se credevo alle voci secondo le quali noi differenziamo i rifiuti e poi quando li raccolgono (porta a porta o nelle campane…considerate che nel comune in cui vivo non c’è nemmeno la raccolta nelle campane e porto i rifiuti differenziati a Palermo) li portano tutti in discarica e soprattutto voleva sapere se secondo me, alla luce di questi sospetti, vale la pena sforzarsi di continuare a farla. Inevitabilmente mi sono tornate in mente le parole che Steinlauf, compagno di Lager di Primo Levi, gli rivolge per giustificare il fatto che in Lager sia necessario lavarsi, anche se l’acqua e sporca e l’azione sembra non avere senso.

Lo so che il paragone sembra ardito. Ma in questo non dare il nostro consenso e nel fare ciò che appartiene al nostro “Patrimonio di valori” mantenendo così intatta la nostra dignità e la proprietà di noi stessi credo che stia anche il senso di continuare a fare la raccolta differenziata.

Devo confessarlo: dopo una sola settimana di prigionia, in me l’istinto della pulizia è sparito.

Mi aggiro ciondolando per il lavatoio, ed ecco Steinlauf, il mio amico quasi cinquantenne, a torso nudo, che si strofina collo e spalle con scarso esito (non ha sapone) ma con estrema energia. Steinlauf mi vede e mi saluta, e senza ambagi mi domanda severamente perché non mi lavo. Perché dovrei lavarmi? Starei forse meglio di quanto sto? Piacerei di più a qualcuno? Vivrei un giorno, un’ora di più? Vivrei anzi di meno, perché lavarsi è un lavoro, uno spreco di energia e di calore. Non sa Steinlauf che dopo mezz’ora ai sacchi di carbone ogni differenza fra lui e me sarà scomparsa?

Più ci penso, e più mi pare che lavarsi la faccia nelle nostre condizioni sia una faccenda insulsa, addirittura frivola: un’abitudine meccanica, o peggio, una lugubre ripetizione di un rito estinto. Morremo tutti, stiamo per morire: se mi avanzano dieci minuti fra la sveglia e il lavoro, voglio dedicarli ad altro, a chiudermi in me stesso, a tirare le somme, o magari a guardare il cielo e a pensare che lo vedo forse per l’ultima volta; o anche solo a lasciarmi vivere, a concedermi il lusso di un minuscolo ozio.

Ma Steinlauf mi dà sulla voce. Ha terminato di lavarsi, ora si sta asciugando con la giacca di tela che prima teneva arrotolata fra le ginocchia e che poi infilerà, e senza interrompere l’operazione mi somministra una lezione in piena regola. Ho scordato ormai, e me ne duole, le sue parole diritte e chiare, le parole del già sergente Steinlauf dell’esercito austro-ungarico, croce di ferro della guerra ’14-18. Me ne duole, perché dovrò tradurre il suo italiano incerto e il suo discorso piano di buon soldato nel mio linguaggio di uomo incredulo. Ma questo ne era il senso, non dimenticato allora né poi: che appunto perché il Lager è una gran macchina per rídurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo quindi, certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca, e asciugarci nella giacca. Dobbiamo dare il nero alle scarpe, non perché cosi prescrive il regolamento, ma per dignità e per proprietà. Dobbiamo camminare diritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire“.

Primo Levi, da Se questo è un uomo.

8 pensieri su “Negare il nostro consenso per proprietà e dignità

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