Apparteniamo ad un luogo o ad un tempo. A volte ad entrambi. E’ quella che chiamiamo la nostra storia, le nostre radici.

Molte volte il luogo al quale apparteniamo è quello in cui siamo nati, altre è il luogo che ha conquistato il nostro cuore. Per lo più apparteniamo al tempo nell’arco del quale si volge la nostra vita, ma per alcuni il tempo di appartenenza è un tempo diverso, individuabile in un passato più o meno remoto o in un futuro solo immaginabile. E’ così che funziona. E’ così che funzioniamo. Appartenere ad un luogo e ad un tempo ci permette di definire noi stessi all’interno della nostra sfera personale dove tendiamo a creare la nostra casa, la nostra famiglia, la nostra rete di relazioni.

Fra le esperienze più dolorose alle quali un uomo può essere costretto vi è appunto quella di dover lasciare il luogo e il tempo ai quali si appartiene, ai quali si sente di appartenere.

Anni fa durante un seminario di interpretazione ambientale a Villetta Barrea la gente del luogo ci raccontò che durante la grande emigrazione (che in quella parte d’Italia sembra non essere mai finita) c’era una curva della strada che si allontanava dal paese che era diventata una specie di “santuario”. Era infatti l’ultima curva dalla quale era ancora possibile dare un ultimo sguardo al paese. Poi più niente.

Quando da piccolo, ci trasferivamo per le vacanze estive con la mia famiglia a Gangi (paese al quale mia madre apparteneva per nascita e mio padre per scelta) già da Petralia facevamo a gara per chi, dopo l’ennesima curva, avrebbe visto per “la prima volta” il paese. Quando Gangi improvvisamente appariva ci si allargava il cuore e sapevamo, in una maniera o nell’altra, che stavamo arrivando a casa. Quando, dopo i tre mesi estivi, facevamo la stessa strada in senso inverso, percorrevamo quel tratto in silenzio e nessuno si voltava per salutare il paese perché ci faceva un po’ male e perché davamo per scontato che saremmo tornati l’anno successivo.

Questa riflessione voglio lasciarla a due voci, o per meglio dire, ad una penna e ad un pennello.

La penna è quella di Svetlana Aleksievic (non dite poi che ce l’ho con i giornalisti…solo con quelli scarsi) nel suo libro “La guerra non ha un volto di donna“:

Dolce terra mia…Vango le patate, le barbabietole…Eccolo, è là, tra poco andrò da lui…Mia sorella mi dice: ‘non guardare la terra, guarda il cielo. E’ lassù che stanno.’ Ecco la mia chata è lì vicino…Fermati da noi. Se resti a dormire, capirai meglio. Il sangue non è acqua, è un peccato versarlo, e di sangue ne scorre. Tutti i giorni lo vediamo…in televisione…

Puoi anche non scrivere di noi…E’ meglio se cerchi di ricordare come abbiamo parlato…Come abbiamo pianto insieme. E quando te ne andrai e ci saluterai, voltati indietro a dare un ultimo sguardo a noi e alla nostre case. E non una volta come un’estranea, ma due volte. Come se fossi una di noi. Non occorre altro. Voltati indietro una seconda volta…

Il pennello è quello di Ford Madox Brown nel suo “Ultimo sguardo all’Inghilterra“. Bellissimo e pietrificante…e che non ho ancora avuto la fortuna di vedere “dal vivo”.

Ultimo sguardo

 

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3 pensieri su “Due voci per l’appartenenza (uno sguardo all’indietro)

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