Svetlana Aleksievič nel suo libro dal titolo: “La guerra non ha un volto di donna” afferma che nel narrare, nel tentativo di raccontare la storia “…non è possibile accostarsi alla realtà fino ad aderirvi. Lo impediscono i nostri sentimenti“. Non molto diverso infondo dalla frase di Marquez e che ho riportato nel post intitolato “Viverla per raccontarla”. Entrambi teorizzano una sorta di “principio di indeterminazione di Heisemberg del cuore”:  nel momento in cui la realtà viene osservata dagli esseri umani questa si trasforma a causa delle modificazioni alle quali la sottoponiamo attraverso i nostri sentimenti.

Osserviamo la realtà quindi non soltanto con i nostri occhi e il nostro cervello; la relazione fra organo ricevente e organo elaborante non è diretta. Nel mezzo si interpone un altro organo (se vogliamo pensare il cuore come contenitore tradizionale dei nostri sentimenti) che interpreta la realtà e la modifica almeno in termini percettivi (e quindi narrativi).

Mi piacerebbe dire che il racconto che segue me lo ha ispirato questa riflessione. Invece questo racconto nasce circa trentacinque anni fa negli Stati Uniti (ma viene scritto molti anni dopo), dopo avere visto uno spot pubblicitario in tv.

La Realtà

Che schifo di lavoro. Sempre in giro con quest’auto di merda, con questo collega di merda, in questa città di merda. Sempre in giro in mezzo a drogati e a pezzenti, con turni assurdi, senza neanche il tempo per godermi parabola e decoder nuovi. Che schifo di lavoro. Sempre in giro per questo quartiere orribile dove sono capaci di ammazzarti per i quattro soldi dell’ufficio postale o per il semplice fatto che sei un poliziotto. Ma che sta succedendo là? Meno male che guido sempre alla grande e ho frenato in tempo. Ma che ci fa un signore così per bene in fondo ad un vicolaccio come quello, e con tanto di ventiquattrore per giunta? Se non è istigazione a delinquere questa. Ed infatti ecco li il tossico di turno, capellacci sporchi e quella specie di sacco per vestito. Guarda come gli corre incontro il bastardo. Non gli sembrerà vero di avere trovato il pollo di turno. Meno male che ci siamo noi delle forze dell’ordine a tirare fuori dai guai simili imbecilli. Adesso scendiamo dalla macchina e vediamo di dare una lezioncina al tossico prima che possa portarsi via la borsa e magari dare una bella coltellata a quello sprovveduto. Meno male che ci sono ogni tanto questi diversivi se no chissà che noia.

Che noia, essere costretto ogni mattina ad attraversare questo cesso di posto. Questo immondezzaio dove ci trovi tutta la feccia dell’umanità. E tutto questo perché? Per quella stronza di mia moglie sempre lì a dirmi: “Compriamo la villa fuori città che fa tanto alta borghesia”. E così ogni mattina sono costretto a lasciare il mercedes al parcheggio esterno, senza che i miei colleghi lo vedano mai, e a fare a piedi questo vicolaccio. La puzza è intollerabile e per di più rischio di incontrare qualche male intenzionato. Neanche a dirlo, guarda un po’ chi c’è dall’altra parte del vicolo. Ma è un uomo o un animale? O più semplicemente un cassonetto ambulante? Per fortuna che in fondo al vicolo è appena arrivata una macchina della polizia. Guarda come corre il bastardo, neanche l’ha vista e già corre. Certa gente sente la giustizia nell’aria come la puzza dei propri piedi, ancora prima di levarsi le scarpe. Viene proprio nella mia direzione. Com’era quella mossa per l’atterramento che mi hanno insegnato all’ultimo corso di autodifesa? Chissà che non possa dare una mano alle forze dell’ordine. Potrebbe uscirci magari un bel articolo con tanto di foto. Immagina la faccia dei miei colleghi quando lo vedono. Magari.

Magari fossi grande. Potrei andare a scuola con mio fratello invece di stare tutta la giornata sul balcone. Che noia. Non c’è nessun bambino. Neanche negli altri balconi. C’è solo questa brutta stradina giù, tutta piena di rifiuti con i topi che ci camminano dentro. Sono divertenti i topi. E’ divertente anche quando nel cielo di sopra ci sono le nuvole ed io posso cercare gli animali. Ma oggi non ci sono nuvole, il cielo e azzurro, c’è solo la gru di quelli che stanno facendo il palazzo di fronte che passa con tutti i sacchi appesi.

TAC

Cos’era quel rumore? Mamma mia, la corda della gru si è rotta e tutti i sacchi pendono giù nel vicolo e lì c’è quel signore con la borsa che non se n’è accorto e sta fermo proprio sotto. Vorrei gridare ma è come nel brutto sogno. Quello dove l’uomo nero mi insegue e io non posso ne correre ne gridare. E anche qui c’è l’uomo nero, è proprio lui, con gli stessi capelli e lo stesso vestito, e arriva dall’altra parte del vicolo. Corre verso il signore. Ma è un uomo nero buono. Spinge via il signore un secondo prima che i sacchi gli cadano addosso ed insieme rotolano fra i rifiuti.

Adesso il signore è in un angolo tutto sporco e rannicchiato come quando dormo nel mio lettino. E’ arrivata anche la polizia e controlla che nessuno si sia fatto male. L’uomo nero è a pancia all’aria con le gambe e le braccia aperte, gli occhi chiusi e non la finisce più di ridere. E poi improvvisamente apre gli occhi e io vedo il cielo che si specchia.

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