I Siciliani nutrono una vera passione per il pane. Chi è straniero a quest’isola e vi giunge per visitarla resta immediatamente impressionato dalla quantità di panifici che sfornano il loro prodotto a tutte le ore del giorno. In essi è possibile trovare ogni varietà di pane perché i siciliani sono molto esigenti ed ognuno ha dei gusti ben precisi e definiti. Essi non si limitano infatti a richiedere in ogni momento del pane fresco, ma pretendono che abbia forme precise, sia fatto con vari tipi di farina, a diversi gradi di cottura, con o senza il sesamo (il cosiddetto “cimino”).

Basta passare pochi minuti all’interno di un panificio nell’ora di punta per rendersi conto di come nessuno in fondo faccia mai la stessa richiesta e di come il panettiere e i suoi aiutanti debbano essere pronti a soddisfare le esigenze di tutti se non addirittura a prevenirle. La fortuna di un panificio può dipendere davvero da fatti minimi. Il pane poco cotto, l’assenza diffusa del cimino, l’interruzione nella produzione di una determinata forma possono causare il passaggio ad altro esercizio di “larghe fette” della clientela.

Anche la provenienza del pane assume in Sicilia un importanza rilevante. Nel palermitano, per esempio, vi è un pane che ha oramai una nomea mitica: il pane di Monreale. Monreale come è noto è una piccola cittadina medievale a pochi chilometri da Palermo famosa per il suo duomo rivestito da meravigliosi mosaici e, a questo punto, per il suo pane.

Moltissimi panifici e drogherie appendono fuori l’eloquente cartello “qui si vende pane di Monreale” puntualizzando a volte anche l’orario a partire dal quale sarà possibile trovarlo. La quasi totalità dei venditori abusivi di pane, dai quali il palermitano ama tanto acquistare la domenica sera, espone, affisso al portabagagli dell’automobile o del furgone, un pezzo di cartone con la scritta “pane di Monreale”. Neanche i pochi negozi che vendono prodotti biologici hanno saputo resistere al fascino incontenibile di questo prodotto e anche loro vendono “pane biologico di Monreale”. La cosa di per se apre però inquietanti interrogativi. In primo luogo: perché il pane di Monreale dovrebbe essere migliore degli altri? Quale tradizione ed omogeneità di produzione dovrebbe renderlo così riconoscibile ed unico pur venendo dagli innumerevoli panifici della cittadina? Ed infine, se è vero che ad ogni cartello corrisponde un negozio nel quale si vende realmente pane di Monreale, quanta parte della cittadinanza Monrealese dovrebbe essere impegnata nella produzione del suo famoso pane e quanti panifici, o quanto grande dovrebbe essere un panificio se da solo volesse produrre tutto il pane che si pensa arrivi da Monreale?

Questa stranezza assieme alle altre, in una terra che è talmente legata al suo gusto per il pane da avere coniato una frase che descrive il senso profondo dello stare assieme, del mettere assieme esperienza e sentimenti in qualcosa di molto intimo, dell’unicità di un rapporto consacrato appunto attraverso “il fare pane assieme”.

Questa frase si pone quindi nel dialogo di ogni giorno come confine fra l’intimità e l’assenza di relazione, fra il coinvolgimento affettivo e la più distaccata freddezza, a volte fra l’odio e l’amore. Dire ad una persona “facciamo pane assieme” equivale a riconoscergli un’affinità con noi che va spesso ben oltre l’amicizia, dirgli “io e tu non facciamo più pane” rappresenta il più delle volte un avvertimento per prevenire un rapporto che si sta deteriorando, sovente persino l’interrompersi di una relazione

Questa riflessione ha ispirato, diversi anni fa, il racconto che segue (ambientato appunto a Monreale in una bella giornata di maggio).

Il Pane di Monreale

Il Professore Benna è un anziano e rispettato professore del Liceo Scientifico di Monreale nel quale da circa quarant’anni insegna italiano e latino. E’ ormai a un passo dalla pensione e davvero non è più in grado di sopportare i suoi allievi. Non che si sia mai sforzato di amarli ma tanti anni fa, quando aveva cominciato, riusciva ad incuriosirsi e a volte lo facevano anche sorridere, adesso non riesce ad avere con loro alcun rapporto umano. Neanche in questo per la verità si è mai sforzato molto. Il Professore Benna è quello che si dice un professore all’antica e ha una concezione della scuola molto particolare. La vive infatti come il luogo della trasmissione della conoscenza a prescindere dai mezzi di trasmissione e dell’evoluzione della conoscenza stessa. La sua visione è per intenderci un po’ una visione neolitica della scuola. Per lui non esistono computer, non esiste la multimedialità, non la sperimentazione, le nuove ricerche e scoperte, non esistono metodologie educative innovative, ne approcci diversi ai programmi da quelli che ha originariamente subito e che adesso propina. Per essere precisi qualcuno sospetta che per il professore Benna non esista neanche la scrittura come mezzo di trasmissione e che il passaggio della conoscenza avvenga unicamente per via orale. Tutto quello che gli hanno insegnato negli anni della sua carriera scolastica lui lo ri-insegna immutato ed immutabile ai suoi allievi, sempre lo stesso, anno dopo anno, classe dopo classe, generazione dopo generazione. Non gliene frega niente della fantasia, del desiderio di saperne di più, delle emozioni che possono essere suscitate da un testo, non gliene è mai fregato nulla e ancora meno adesso che sta per andare in pensione. Nonostante tutto ecco nuovamente davanti alla cattedra Roversi, suo non meglio identificato alunno della V G, non meglio identificato se non fosse per gli orribili e ingarbugliati temi che gli presenta ogni volta. Ed ogni volta pretende che siano dei capolavori. Lui, il professore, all’inizio aveva provato ad affibbiargli una serie di bei tre tanto per farlo desistere dallo scrivere quella massa di scempiaggini con il pretesto della fantasia e della libertà intellettuale. Poi però non ne aveva potuto più delle continue scenate che era costretto a subire dal diretto interessato e dalle ammonizioni pervenute dal consiglio dei docenti (il debosciato è considerato dagli altri suoi giovani colleghi uno dei più bravi della classe ed un ragazzo molto intelligente) e aveva cominciato a dargli cinque senza neanche più leggerli. Per un certo periodo le cose erano andate meglio ma adesso mano mano che si avvicinavano gli esami di maturità Roversi ha ricominciato a farsi sentire, a lamentarsi, a chiedere che i suoi temi siano valutati dal Consiglio dei Docenti, probabilmente nel timore, che la sfilza dei cinque possa compromettere la sua media per l’ammissione. Ed oggi è nuovamente qua, davanti alla cattedra, come nei primi tempi quando pretendeva di sapere che cosa non andasse nei suoi temi. La cosa fa ancora più rabbia al professore se si pensa che aveva fatto di tutto per scegliere un tema di attualità (Roversi fa solo quelli, considera quelli di letteratura e storia un’offesa alla sua fantasia) che fosse il più innocuo possibile, una di quelle cosine piatte e tiepide che in nessun caso possono accendere sacri furori letterari neanche nel più fantasioso e polemico dei ragazzi. E invece Roversi gli aveva consegnato quella schifezza piena dei suoi soliti dialoghi pseudo teatrali, delle sue solite sconcezze sintattiche e anche con qualche errore d’ortografia, cosa che più d’ogni altra lo manda in bestia. Aveva perso il lume della ragione e tracciato in rosso sul dorso del tema un bel quattro (che per il resto non ricordava di avere mai dato a nessuno ma che si spiegava come chiaro compromesso fra il cinque politico e il tre punitivo). Ed ecco Roversi davanti alla cattedra. Sguardo biblico, testa leggermente piegata di lato, mani in mano: “Professore Benna, il fatto che lei non mi sopporti è noto a tutti, lo sa però che questo quattro all’ultimo tema prima degli esami mi rovina l’ammissione?”. La domanda naturalmente è retorica, la faccia di Roversi intollerabile, i nervi del Professore a pezzi. “Caro Roversi” esordisce Benna con la voce tremante “da tre anni le faccio presente in tutti i modi possibili che la sua maniera di scrivere è indecente. Le ho anche fatto presente più volte che se si ostinerà in questo direzione agli esami di maturità verrà massacrato da qualunque commissario di italiano che abbia il senso delle cose. Io non intendo essere responsabile della sua disfatta, anzi voglio sottolineare con forza che secondo me il suo italiano scritto è pessimo, anzi non si tratta neanche di italiano. Per questa ragione, e questo spiega anche il voto che le ho dato adesso, il mio voto di ammissione sarà basso per come penso lei meriti. Questo è tutto, per cortesia vada a sedersi che abbiamo già perso troppo tempo”. Tutto questo il Professore Benna lo ha detto d’un sol fiato e adesso guarda Roversi, che non ha fatto una piega, paonazzo in volto e con l’aria di chi chiede di non essere maltrattato (va detto che Benna è anche un po’ coniglio). Roversi continua a fissarlo ancora per trenta secondi che a Benna paiono un secolo, dopo di che raddrizza la testa e prima di tornare al banco dice, a bassa voce perché i suoi compagni che non sono di Monreale non lo sentano: “il mio errore, caro Professore, è stato di avere fatto pane con lei”.

Stamattina la piazza di Monreale è più bella del solito. Il cielo è di un azzurro carico, di quelli che si vedono solo nei giorni che succedono allo scirocco, e sembra intarsiato fra i merli del duomo quasi a volere richiamare i mosaici dell’interno. Ma è bella anche perché la polizia municipale è a lavoro e con tutti i mezzi coercitivi dei quali dispone è riuscita a tenerla libera dalle auto in sosta vietata. I tre vigili ai quali si deve questo miracolo sono al centro della piazza, all’ombra di una palma (le uniformi estive non sono ancora arrivate ed al sole comincia già a fare molto caldo) e guardano soddisfatti la loro opera. Lo fanno ruotando piano piano in senso orario partendo da nord (loro lo fanno senza accorgersene naturalmente). Davanti al circolo tutto a posto (si vede attraverso i vetri un abbattuto Professore Benna…chissà che gli è capitato). Rotazione di 90°. Davanti al porticato nessuna auto in sosta (esclusi naturalmente i carretti dei venditori di souvenir e di cartoline). Rotazione di 90°. La zona a sud della piazza è “car free” (il più giovane dei tre vigili sta facendo un corso d’inglese e lo fa pesare ai colleghi). Rotazione di 90°…..orrore. Davanti al panificio dei fratelli Mangiaforno (quando si dice “un nome una garanzia”) venti secondi prima dell’ultima rotazione è arrivato e ha posteggiato di traverso, ad occupare buona parte della carreggiata, il Cavaliere Spinnato, classe 1919, ex impiegato delle poste. Il cavaliere è quello che si dice un furetto e nonostante la sua età nei venti secondi che hanno preceduto l’ultima rotazione è riuscito ad abbandonare la sua Lancia Fulvia in posizione quanto meno discutibile e certamente in divieto di sosta e ad entrare nel panificio. I tre si guardano demoralizzati, poi lo sguardo dei due più anziani si posa inequivocabilmente sul più giovane che capisce in un colpo solo:

  1. che è brutto essere il più giovane;
  2. che forse è meglio che la smetta di darsi arie con questa storia dell’inglese;
  3. che toccherà a lui combattere con il Cavaliere Spinnato.

Con passo spedito attraversa la piazza, guarda da entrambe le parti prima di traversare la strada (in realtà è a senso unico ma ogni vigile siciliano sa che questo non è un dato significativo per gli automobilisti isolani) e infine raggiunge corricchiando l’ingresso del negozio. All’interno c’è la tipica confusione che precede il pranzo, ognuno sa esattamente quello che vuole e la transazione non è mai facile e spesso neanche serena. Il Cavaliere Spinnato è già in prima fila, anche se da quando è entrato non è ancora stato servito nessuno, e pretende di essere servito subito. Giustifica la pretesa dicendo ad alta voce, proprio quando il vigile lo ha identificato e comincia a muoversi verso di lui, che aspetta da mezz’ora e ha la macchina in divieto di sosta dove da un momento all’altro quei “cornuti” dei vigili possono fargli la contravvenzione. Le ultime parole non si sono ancora spente, in uno di quei silenzi che si realizzano quando il destino decide che una persona deve finire nei guai, che già il Cavaliere Spinnato trotterella fuori dal negozio trascinato per la collottola dal giovane vigile inferocito. Lo porta fuori, dove intanto sono arrivati anche gli altri due colleghi, e cominciano cinque minuti buoni di quelli nei quali quattro uomini siciliani, dei quali tre seriamente incazzati, parlano senza darsi pena di quello che stanno dicendo gli altri e tendendo ad alzare sempre di più il tono della voce. Comincia naturalmente a raccogliersi attorno un capannello di persone. Arrivano le prime proferte di “lasciare perdere e prendersi un caffè” ma il giovane che ha una giovane moglie e molti cattivi pensieri non intende soprassedere su quanto detto dal Cavaliere. Naturalmente però non può fare capire di essersela presa per l’epiteto del vecchietto e mette la cosa sul piano del codice stradale. “Cavaliere Spinnato, a prescindere dal fatto che alla sua età non dovrebbero più farle guidare neanche la sedia a rotelle, ma è mai possibile che con quel catafalco che si ritrova doveva venire a posteggiare proprio al centro della piazza?” anche in questo caso si tratta di una domanda retorica tant’è vero che il vigile, senza aspettare risposta, continua “anche perché vorrei sapere proprio che cosa è venuto a fare lei in quel negozio visto come passa le sue notti”. Il pubblico composto per la maggior parte dai clienti del panificio che si è assiepato attorno e che viene per lo più da Palermo non capisce, i pochi monrealesi presenti che sanno a cosa il vigile alluda inorridiscono, il Cavaliere Spinnato si accende in viso, comincia a balbettare, poi gli esce un breve grido strozzato. Lo devono prendere al volo prima che cada per terra, gli portano una sedia ed un bicchiere d’acqua. Il vigile giovane sta imbarazzato in un angolo mentre i due colleghi anziani lo guardano male come a dirgli “altro che parlare inglese, faresti bene a parlare meno anche in italiano”. Il Cavaliere Spinnato si asciuga il sudore con un enorme fazzoletto sgualcito che ha tirato fuori dalla giacca, ringrazia a destra e sinistra e poi guardando il giovane con sguardo biblico gli dice “da questo momento io e tu pane assieme non ne facciamo più”.

In un pomeriggio così è logico che il belvedere dietro al duomo sia pieno di ragazzi che già assaporano i primi bocconi d’estate. Nonostante tutto Biagio ed Enza non sembrano accorgersi della confusione che li circonda. Occupano una delle poche panchine della villa e nonostante resti spazio a sufficienza per almeno un altro paio di persone nessuno osa avvicinarsi per rispetto della loro condizione di giovani innamorati in lite. Biagio ed Enza infatti stanno litigando per l’esattezza da cinque ore e quindici minuti da quando cioè uscendo dal Liceo Scientifico nel quale frequentano la quinta classe (sono compagni di Roversi e per la verità anche a loro sta un po’ sulle scatole) Enza ha lanciato, causando rilevanti danni, un sorriso, a dire di Biagio provocante e provocatorio e a dire di Enza amichevole ed innocente, verso il giovane vigile che controlla la piazza davanti al Duomo. La natura e le conseguenze del gesto li tiene appunto impegnati in una discussione che dura da cinque ore e un quarto e che ha avuto più o meno il seguente andamento:

dalle 13,30 alle 14,00 – poderosa ed ininterrotta cazziata di Biagio infarcita di cattiverie, rivendicazioni, dietrologie e sospetti a scatole cinesi con Enza dall’altra parte balbettante prima, silenziosa poi e furente verso la fine dei trenta minuti quando ha ormai raggiunto il giusto punto di cottura;

dalle 14,00 alle 15,00 – poderosa ed ininterrotta cazziata di risposta di Enza infarcita di cattiverie, rivendicazioni, dietrologie e frasi che hanno come unica finalità quella di ridicolizzare i sospetti di Biagio e di farlo sentire un verme. Biagio si sente un verme e comincia anche ad assomigliargli sempre più mentre si contorce sulla panchina;

dalle 15,00 alle 15,30 – l’ultima frase di Enza si conclude con un sospiro da iperventilazione che apre ad un pianto accorato e dirotto che produce in Biagio ulteriori sensi di colpa;

dalle 15,30 alle 16,30 – carezze alle quali Enza prima si sottrae, poi si abbandona, poi ci ripensa e si sottrae di nuovo, poi quando sta per riabbandonarsi ci ripensa Biagio e si sottrae lui, poi finalmente si abbandonano tutti e due;

dalle 16,30 alle 18,00 – 90 minuti di mutismo totale da parte di Biagio che si è accorto che mentre si abbracciavano Enza ha dato una lunga ed accurata guardata ad un fustacchione appoggiato alla ringhiera del belvedere. Lei continua a questo punto ad intervalli di tre minuti a chiedergli che c’è, pur sapendolo benissimo, mentre lui chiuso a riccio sa che se questa volta parla il duomo se la vede brutta. Ma Enza non demorde e al trentesimo “che hai adesso che non parli” a Biagio salta il tappo;

dalle 18,00 alle 18,30 – 30 minuti durante i quali Biagio mette tutto in tavola, a partire dalla brutta educazione che Enza ha ricevuto dai suoi genitori, a continuare con le sue cattive frequentazioni, a finire con tutte le volte che lui non ha guardato una bella ragazza per non fare arrabbiare lei (solo a questo punto e con la vocina piccola piccola Enza interviene dicendo “e come fai a dire che era bella se non la hai guardata?”);

dalle 18,30 alle 18,45 – sono gli ultimi minuti, quelli passati in silenzio, con gli occhi bassi, indecisi se mettersi a ridere (perché la vita è così e ci sarà tempo poi per le cose pesanti) oppure dirla proprio grossa e finirla per sempre.

Biagio dei due è certamente il più debole (quello che ama di più direbbe qualcuno), infatti è sempre quello che per primo rompe il silenzio, cerca ragioni, spera in parole, rischia di dire la cosa sbagliata. Ma questa volta è stanco e sono più di cinque ore che litigano e ha tanta amarezza dentro. Alza gli occhi e nonostante si accorga subito che anche lei lo fissa da un po’ riesce con fatica a mettere assieme uno sguardo quasi biblico e le dice: “da oggi abbiamo smesso di fare pane assieme”.

La notte è scesa su Monreale. Per un lungo momento è sembrato che la sera non volesse finire più, dilungandosi in un “endless blue” (è esattamente ciò che ha pensato il giovane vigile prima di rientrare a casa). Ma poi sono apparse le prime stelle in cielo e l’azzurro è affogato in questo velluto nero che copre adesso la città e quel che rimane della Conca d’Oro. A Monreale restano solo i monrealesi, chiusi nelle loro case, con il loro segreto e il loro compito al quale adempire.

Roversi (che si chiama anche Francesco) sta chiudendo dietro di se la botola che si trova nella sua camera, da un’ultima occhiata in giro per vedere se ha dimenticato niente e poi si immerge nel ventre della città. Il Professore Benna è già arrivato e sta arrotolandosi le maniche della camicia. Il giovane vigile è già a lavoro al grande tavolo, a sinistra c’è la moglie che ogni tanto guarda con grande tenerezza, a destra il cavaliere Spinnato con il suo bel grembiule bianco, che lo ha già perdonato e con un sorriso adesso gli porge una brocca con l’acqua calda. Biagio aveva quasi deciso di non scendere ma poi il richiamo della grande “missione” è stato più forte e adesso guarda da lontano la sua Enza che di nascosto sta preparando qualcosa.

Adesso tutta Monreale è arrivata, tutti si sono ritrovati per condividere ancora una volta il grande segreto: ancora una volta il grande panificio che occupa per intero il sottosuolo della città può entrare in funzione per produrre tutto il pane del quale gli uomini che ne sanno riconoscere le virtù, hanno di bisogno, per impastare assieme le vite della gente, per ricomporre nella magia dell’acqua, della farina e del lievito le nostre miserie di ogni giorno. Adesso Enza e davanti a Biagio e stringe fra le mani una pagnotta bianca, ancora cruda, a forma di cuore. Biagio sa che quando verrà infornata crescerà molto e diverrà deliziosa. Il Professore Benna si è avvicinato a Francesco e per un po’ è rimasto in silenzio a guardarlo mentre impasta. Poi con tono allegro ha detto “visto che con la crusca siamo messi male almeno aggiungici un po’ di cimino a quella pagnotta”. Francesco ha riso.

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3 pensieri su “Il Pane di Monreale

  1. Semplicemente delizioso…il racconto prima di tutto e poi il “Pane di Monreale” comprato sempre da piccola la domenica con i miei, ma a pranzo, e sul quale aleggiava il mistero sulla sua preparazione…adesso svelato ehehe.

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