Nella raccolta l’Aleph di Borges c’è un racconto molto bello dal titolo “La ricerca di Averroè”. La storia della filosofia ci tramanda il fatto che gran parte della conoscenza che abbiamo di filosofi come Aristotele ci arriva mediata dagli studi di Averroè.

Borges articola su questo fatto un racconto sottile tutto imperniato sull’impossibilità di una “comunicazione pura e fedele” fra l’emittente (in questo caso Aristotele) e la ricevente (in questo caso noi) nel momento in cui fra emittente e ricevente si sono interposte tutta una serie di “interferenze” dovute alla grande quantità di tempo passato fra l’emissione del segnale e la sua ricezione, alle tante interposizioni di soggetti attraverso i quali questa informazione è transitata, alla differente capacità di comprensione di questi soggetti dovuta alla cultura alla quale essi appartenevano (nel caso specifico Averroè era “culturalmente” incapace di comprendere il significato delle parole tragedia e commedia non essendo il teatro una forma di arte accettata dalla cultura araba del tempo), alle tante traduzioni ai quali i testi venivano sottoposti, alle tante trascrizioni che subivano. Insomma Borges con il suo racconto ci dice: “chissà Aristotele cosa ci voleva dire veramente!?!?”. Una specie di “lost in translation” ante litteram, un gioco del “telefono senza fili” nel quale al primo bambino della fila si fornisce una parola della quale lui non conosce il significato.

Bene. Fino a qui ho scomodato in ordine: Borges, Averroè, Aristotele “Lost in translation” e il “Telefono senza fili”  per andare a parare dove?

Chi mi conosce sa bene che non nutro una grande stima nei confronti di buona parte della categoria dei giornalisti. Nonostante tutto la mia premessa vuole essere una scusa fornitagli in anticipo. Posso capire le difficoltà di traduzione. Posso capire le difficoltà di comprensione. Posso capire che la notizia magari vi arriva da fonti improbabili. Posso capire che scrivere notizie e altra cosa dal “fare notizia”. Posso capire pure che uno è quello che scrive gli articoli e un altro è quello che scrive i titoli…ma mi dovete spiegare come è possibile che oggi contemporaneamente (stessa schermata) e con la stessa foto (Putin all’Assemblea Federale) su Repubblica web:

Titolo: “La Turchia si pentirà di ciò che ha fatto”.

Apro l’articolo e dentro ci trovo scritto (sempre virgolettato): “Continueranno a pentirsi di ciò che hanno fatto, non se la caveranno con i pomodori”.

Huffington Post (pochi centimetri più sotto a destra):

Titolo: “Io non dimentico. Erdogan se ne pentirà

Apro l’articolo e dentro ci trovo scritto (sempre virgolettato): “La Turchia si pentirà di ciò che ha fatto”.

Ma insomma…Putin cosa ha detto?  Ha minacciato personalmente Erdogan? Ha minacciato personalmente la Turchia? Si è fatto portavoce delle Federazione Russa nel minacciare la Turchia? Ha minacciato il popolo turco?

E per favore nessuno commenti questo post per dire che hanno ragione tutti e che ognuno ha colto una sfaccettatura del messaggio ambiguo di Putin. Questo non è un problema di interpretazione ma di cattivo giornalismo.

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2 pensieri su “Putin lost in translation

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