In questo periodo e per varie ragioni ho sviluppato una vera insofferenza nei confronti degli smart phone. Non è tanto la modalità telefonica che mi urta (l’averla accettata per me è già una conquista personale) né quella che consente di inviare messaggi.

E’ piuttosto l’opzione “sempre connessi” che mi induce a dubitare seriamente del fatto che gli esseri umani ritengano veramente importante comunicare quanto piuttosto essere raggiunti da un flusso continuo di “informazioni” che li sottragga allo sforzo quotidiano di pensare con la propria testa per sostituire ad essa “l’intelligenza collettiva”. Lo smart phone diventa in questa maniera un by pass che bypassando, appunto, il mio cervello mette il resto di me (sensi compresi) a contatto esclusivo (in questo oltre ad essere un bypass diventa anche interfaccia esclusiva di cui occhi, orecchie e dito indice sono “periferiche” nel senso più completo del termine) con la rete.
Nelle settimane scorse è stato tutto un fiorire di “segnali” che ci fanno capire come la questione sia attuale. La campagna pubblicitaria tramite poster stradali
della famosa dita di abbigliamento che schiera tutta una serie di bambini (perché quelli ritratti sono bambini e non ragazzini) l’uno di fianco all’altro ma assolutamente privi di relazione fra loro perché “immersi”, ognuno, nel proprio smart phone. Lo spot televisivo della compagnia telefonica nel quale si vedono i componenti di una famiglia che non riuscendo a mettersi d’accordo sul programma televisivo da vedere assieme (e così siamo riusciti anche a sdoganare la TV intorno alla quale potevamo almeno condividere momenti familiari) decidono di estraniarsi attivando ognuno la propria relazione con la rete chi attraverso lo smart phone, chi attraverso il tablet, ecc. (e se nella prima campagna si può intravedere una critica alla Oliviero Toscani, al quale per il resto il comunicatore in questione ammicca chiaramente, nella seconda si legge solo un simpatico compiacimento verso questa nuova frontiera dell’alienazione familiare). Per finire con la serie di immagini scattate dal fotografo che grazie al fotoritocco è riuscito ad eliminare le varie “interfaccia” (smart phone e simili) lasciando i protagonisti dei suoi scatti unici protagonisti di una solitudine senza confini (proprio perché sconfinata quanto la rete).
Incapace di esprimere una posizione chiara e fredda fuori dal’evidente fastidio testimoniato anche dalle parole precedenti, certo che il mio distacco è frutto più di una mia preventiva presa di distanze dallo strumento che da una reale capacità di resistervi ( e se qualcuno si approcciasse a questo blog attraverso uno smart phone per me sarebbe diverso? Allora forse il problema sta solo nel trovare regole personali e condivise che ci permettano di continuare ad usare lo strumento senza correre il rischio di perdere alcuna delle nostre prerogative di essere umani?), come speso accade preferisco affidarmi agli “oracoli” per comunicare tutto ciò che del mio pensiero mi sento di comunicare.
Nel 2002 Einaudi da alle stampe un libro dal titolo “L’asimmetria e la vita”. Si tratta di una serie di prefazioni e articoli che Primo Levi scrive nel periodo compreso fra il 1955 e il 1987. Il 3 gennaio 1982 (i telefoni cellulari ancora non esistono!) scrive un articolo per la rubrica de La Stampa “Tuttolibri” dal titolo “Vediamo un po’ quali cose si sono avverate”. Nell’articolo, da appassionato di fantascienza e al tempo stesso “scienziato” rigoroso, tenta una disamina, decennio per decennio, di quelle che sono state le previsioni/visioni/invenzioni, fatte nel 1960 per i due decenni successivi, da uno dei più grandi e visionari scrittori di fantascienza che è Arthur Clarke. Per ognuna di queste Levi fornisce un cenno sullo stato dell’arte e qualche volta un commento.
Per esempio per il 1970 Clarke prevede, con una certa lungimiranza, invenzioni e conquiste dell’umanità come le macchine traduttrici (“non sono ancora a punto; quelle esistenti sono rudimentali” afferma Primo Levi) o come il primo allunaggio (“è avvenuto con l’anticipo di un anno”).
Anche per il 1980 ci sono una serie di previsioni (e qui Clarke non ci fa una gran figura). Una sola per quanto mi riguarda è un “doppio centro pieno”. Il primo lo fa Clarke prevedendola, il secondo Primo Levi commentandola: Radio personale (leggasi con il senno del poi “Telefono cellulare”!)…e Levi questa volta non da “lo stato dell’arte” ma commenta: “Non so a che cosa pensasse Clarke; credo che sia facilmente realizzabile, ma forse è meglio lasciarla stare dov’è”.

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