Tante cose mi stupiscono, mi addolorano e mi confondono fra quelle che accadono in questo tempo. L’attentato all’aereo russo in Sinai, i fatti di Parigi, l’immediata ritorsione francese in Siria, l’attacco all’hotel di Bamako in Mali, l’uccisione degli uomini della guardia presidenziale a Tunisi, l’abbattimento dell’aereo russo sui cieli turchi (???).

Mi addolora il percepire una paura diffusa e confusa, un livello di approfondimento delle questioni inesistente. Mi turba d’altra parte vedere come chi cerca di approfondire si limita per lo più a utilizzare e a condividere prodotti preconfezionati buoni per certi social che danno una visione standardizzata e troppo semplificata dei problemi. Mi irrita continuare a dovere constatare come i morti hanno un “valore diverso” a seconda della latitudine e longitudine alle quali appartengono e ancora una volta il popolare derubricare il tutto a questioni che passano sopra la nostra testa oppure a grandi complotti che noi poveri umani possiamo solo immaginare o peggio di tutti, la convinzione, sempre più diffusa, che una crisi economica come quella che ci troviamo a fronteggiare non può che produrre o essere risolta da una qualche “conflagrazione globale” come una bella guerra mondiale (lasciando ancora nello sfondo o non tenendo minimamente conto della vera “madre” di tutto ciò che a mio avviso è prima di tutto la crisi ambientale). Ma alla fine una sola fra tutte le cose sentite e viste mi ha lasciato veramente senza parole.

Un primo ministro (Manuel Valls, primo ministro francese!!!) dichiara alla stampa (e già qui bisognerebbe andarci cauti e capire cosa hanno capito i giornalisti e quindi riportato, da quale contesto hanno estrapolato la frase, a quale domanda Valls rispondeva…ma diamo per buono che il primo ministro voleva proprio dire quello che ha detto): “E’ guerra permanente, è inutile nasconderlo, ci saranno altri attacchi”. E ce lo dice così? Lo dice così alla sua nazione e alle altre del consesso europeo? Lo dice così ai suoi connazionali, ai lavoratori del suo paese, alle famiglie, ai bambini francesi, italiani, inglesi, belgi, tedeschi?

Fra tutte le cose elencate in questa mia lamentazione quest’ultima è quella che meno di tutte sono in condizioni di accettare. Ci accorgiamo adesso di essere in guerra oppure lo sapevamo già da tempo e facevamo finta di niente? I fatti del Maghreb degli ultimi anni (la tanto enfatizzata primavera che in realtà dietro il suo “fiorire” ne nascondeva una ben più esplosiva e mortifera), i morti nel mediterraneo, una questione mediorientale che appare oramai insanabile e fuori controllo (come affermato anche dal presidente statunitense nei giorni scorsi) non erano già guerra e “guerra nostra”? E non sono guerra (e guerra dentro i nostri confini) i continui richiami alle armi contro il nemico interno ed esterno da parte di una serie di politici italiani oppure gli attacchi dei giorni scorsi da parte di skinheads (ma chi sono gli skinheads???) di alcuni centri della Caritas per l’accoglienza dei rifugiati?

Non sono domande retoriche. Davvero non ho risposte. Ho solo la sensazione che “il cimento del nostro tempo” si avvicini e con esso il momento in cui alcuni (sta già accadendo) impugneranno armi vere ritenendo che così da sempre ci si prepara a “combattere una guerra”. Altri invece (e io fra loro) si stanno forse domandando come fare a “combattere la guerra”, quali dei propri valori rafforzare, cosa darà loro un baluardo sufficiente a proteggere le proprie famiglie, le proprie idee, i sogni, le speranze.

Per quest’ultimi e per me stesso mi piace riportare le parole di Dietrich Bonhoeffer fornite (in Resistenza e resa. Lettere ed altri scritti dal carcere ) come risposta alla domanda che lui stesso si pone: “chi resta saldo?”.

La grande mascherata del male ha scompaginato tutti i concetti etici. Per chi proviene dal mondo concettuale della nostra etica tra­dizionale il fatto che il male si presenti nella figura della luce, del bene operare, della necessità storica, di ciò che è giusto socialmen­te, ha un effetto semplicemente sconcertante; ma per il cristiano, che vive della Bibbia, è appunto la conferma della abissale malva­gità del male.

Palese è il fallimento delle persone ‘ragionevoli’ che, animate dalle migliori intenzioni ma misconoscendo ingenuamente la realtà, credono di poter rimettere in piedi tutta la dissestata impalcatura servendosi di una certa dose di ragione. Nella loro miopia vogliono rendere giustizia a tutti i contendenti e vengono così stritolate nello scontro delle potenze contrapposte, senza aver raggiunto il benché minimo risultato. Deluse per l’insipienza del mondo, si vedono condannate alla sterilità, ed escono rassegnate dal gioco o si abban­donano inermi al più forte.

Maggiore impressione desta il totale fallimento del fanatismo etico. Il fanatico crede di potersi opporre al potere del male, arma­to della purezza di un principio. Ma, come il toro, si scontra, fiaccato e sconfitto, col drappo rosso invece che con chi lo regge. Si impania in cose inessenziali e cade nella trappola di chi è più astu­to di lui.

L’uomo della coscienza si difende solitario dallo strapotere delle situazioni d’emergenza davanti alle quali è richiesta la decisione. Ma viene dilaniato dalla enormità dei conflitti nei quali è chiamato a scegliere, consigliato e guidato da nient’altro che dalla sua perso­nale coscienza. Gli innumerevoli travestimenti, rispettabili e sedu­centi, nei quali il male gli si fa incontro, rendono ansiosa e insicura la sua coscienza, finché egli finisce coll’accontentarsi, anziché di mantenere una buona coscienza, di salvarla; finché non finisce col mentire ad essa per non cadere preda della disperazione. Infatti, l’uomo il cui unico sostegno è la propria coscienza non potrà mai capire che una cattiva coscienza può essere più salutare e più forte di una coscienza ingannata.

Per uscire dallo sconcerto provocato dalla quantità di decisioni possibili il dovere sembra capace di fornire la strada sicura. Ciò che viene ordinato appare in questo contesto come la cosa più certa; dell’ordine è responsabile solo chi lo impartisce, non chi lo esegue. Ma se ci si limita a quanto è conforme al dovere non si giunge mai al rischio dell’azione che si compie in forza della propria personale responsabilità, mentre è solo questa che può colpire al cuore il male e vincerlo. L’uomo del dovere alla fine dovrà compiere il pro­prio dovere anche nei confronti del diavolo.

Chi d’altra parte si propone di cavarsela nel mondo nella più piena libertà personale, chi da più valore all’azione necessaria che a mantenere immacolata la propria coscienza e la propria reputazio­ne, chi è pronto a sacrificare uno sterile principio a un fecondo compromesso, o anche la sterile saggezza della moderazione a un radicalismo fruttuoso, costui stia attento che la sua libertà non lo porti alla rovina. Per impedire il peggio darà il suo assenso al male, e non sarà più in grado di capire che proprio il peggio, che vuole evitare, potrebbe essere il meglio. E questo che costituisce la mate­ria da cui trae origine la tragedia.

C’è chi, sfuggendo al confronto pubblico, sceglie il rifugio della virtù privata. Ma costui deve chiudere occhi e bocca davanti all’in­giustizia che lo circonda. Solo mentendo a se stesso può evitare la contaminazione prodotta dall’azione responsabile. Qualsiasi cosa egli faccia, avvertirà l’inquietudine per ciò che tralascia di fare. Ne sarà prostrato, oppure diventerà il più ipocrita dei farisei.

Chi resta saldo? Solo colui che non ha come criterio ultimo la propria ragione, il proprio principio, la propria coscienza, la pro­pria libertà, la propria virtù, ma che è pronto a sacrificare tutto questo quando sia chiamato all’azione ubbidiente e responsabile, nella fede e nel vincolo esclusivo a Dio: l’uomo responsabile, la cui vita non vuole essere altro che una risposta alla domanda e alla chiamata di Dio. Dove sono questi uomini responsabili?”

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