Scrivo racconti per necessità. La mia ispirazione è esigua. Credo che il problema sta nel non essere mai riuscito a impormi una disciplina. E’ andata così.

Due cose però le ho imparate per quanto riguarda “lo scrivere”. Utilizzare il minor numero possibile di avverbi (Gabriel Garcia Marquez). Evitare, anche a costo di fare giri strani, di usare troppi “che” (ché sa di “lagnusia” come dice la mia maestra Beatrice Monroy). Per il resto procedo a vista.

Nel 2006 ho partecipato ad un concorso bandito dalla Scuola Holden in collaborazione con Slow Food. Il titolo del concorso era “Una cena da re“. Bisognava tirare fuori un pezzo di pochissime battute che raccontasse di una cena regale. Di seguito il racconto da me presentato e intitolato “l’Ospite“, vincitore di una delle sezioni del premio.

La sala era quella delle grandi occasioni. Lui era seduto nell’angolo più buio, le spalle alla parete, gli occhi alla porta. Pensava “l’ospite non verrà, un altro giorno passerà senza che nulla accada”. Gli altri sembravano non accorgersi di lui. Una tenda fu scostata e gli inservienti cominciarono a preparare la tavola. Grandi forme di pane, pesci arrostiti e salati, agrumi su vassoi di legno, olive nere e bianche, giovani agnelli cotti con le erbe provenienti dai monti. E poi portarono il vino in gradi brocche e lui ne avvertì l’odore nuovo e aspro. Forse qualcuno aveva preannunciato l’arrivo dell’ospite oppure semplicemente lo avevano avvertito nell’aria. Molti allora si alzarono con le lucerne per andargli incontro, ma prima che qualcuno potesse giungere sulla soglia la porta si aprì e l’ospite apparve. Egli si mosse fra i suoi amici riservando a tutti un bacio, una parola. A lui, solo a lui, destinò una carezza. Poi si sedettero tutti a tavola. La serata proseguì leggera. Non si stupivano più se il loro ospite si occupava di loro, serviva le pietanze, condivideva il vino. Era andata sempre così, sin dall’inizio. I cibi erano fragranti, le bevande fresche e la gioia dell’essere insieme cancellava le pene del giorno. La cena volgeva al termine. Lui era tornato in ombra e sorseggiava del vino facendo finta che tanta normalità potesse sostituire il proprio destino. Una goccia di quel vino cadde e gli si fermò sul palmo della mano. I suoi occhi si sollevarono. L’ospite veniva verso di lui. Ogni passo uno sguardo, ogni sguardo un passo. E quando gli fu davanti gli pose una mano sulla guancia e disse “vai e quello che devi fare fallo presto” poi aggiunse, in maniera così lieve che gli altri undici non lo sentirono, “grazie”. Giuda allora si alzo e scomparve nella notte“.

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2 pensieri su “L’Ospite

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